Crisi Polonia-Bielorussia: soldati, poliziotti e migranti al confine gli uni contro gli altri. Un’analisi sulla sicurezza e sulla psicologia dei protagonisti in campo

Di Anna Pigłowska Kaczor

Roma (nostro servizio particolare). Ogni giorno, per diverse settimane, siamo stati bombardati da informazioni sull’aggravarsi della situazione al confine tra la Polonia e la Bielorussia.

E’ sempre più crisi umanitaria al confine tra Polonia e Bielorussia

Abbiamo ascoltato parlare di attacco al confine polacco, di guerra ibrida e di  crisi umanitaria.

Possiamo vedere foto e video che mostrano immigrati probabilmente travestiti da rifugiati, soldati bielorussi e molte altre cose ancora.

La guardia di frontiera polacca, la Polizia e l’Esercito hanno utilizzato spray al peperoncino ed idranti.

Ma, cosa potrebbe accadere se situazione sfuggisse di mano e se i migranti attraversassero il confine?

Come potrebbero reagire le guardie di frontiera polacche?

I soldati polacchi, compresi quelli delle unità delle Forze di Difesa Territoriale e gli ufficiali della Guardia di frontiera e della Polizia sono adeguatamente formati per dare una pronta risposta?

Ed ancora, cosa potrebbe accadere nel caso di uno sviluppo della situazione?

Ci domandiamo, inoltre, se i rifugiati potrebbero essere stati fuorviati ed usati dal regime di Lukashenko?

Report Difesa ne ha parlato con due nostri esperti, il Generale Mirosław Różański e lo psicologo Piotr Kuśmider.

Con loro abbiamo esaminato le questioni sia dal punto di vista prettamente militare e di sicurezza e dal punto di vista psicologico ed umanitario.

Il Generale Mirosław Różański, ex comandante generale delle Forze Armate polacche, fondatore della Fondazione Stratpoints, e consigliere di Szymon Hołownia per la sicurezza del nuovo movimento politico chiamato Polonia 2050 , sostiene che “tutto ciò che accade nella zona di confine dalla parte della Bielorussia è dall’inizio alla fine ispirato e diretto dai Servizi segreti bielorussi, dalle loro guardie di frontiera e forse anche dai rappresentanti del KGB bielorusso e russo”.

Generale Mirosław Różański

“È difficile immaginare – aggiunge –  che i migranti che hanno recentemente preso d’assalto il nostro confine abbiano portato con sé attrezzature, asce e tronchesi”.

Per Różański sono stati equipaggiati dai bielorussi.

“In secondo luogo – evidenzia – vorrei far notare che, nel periodo iniziale della crisi, abbiamo visto al confine donne, bambini, persone che erano in cattive condizioni e volevano solo passare dall’altra parte. Ed ora vediamo uomini giovani e molto in forma fisicamente”.

Il Generale sostiene che occorre “prestare attenzione a come queste persone sono vestite, magari non con giacche e cappotti di marca, ma di buona qualità che proteggono sufficientemente dall’uso di idranti” da parte delle Forze di Polizia polacche.

“Sono profondamente convinto – aggiunge –  e tutto questo rasenta la certezza, che si tratta di persone che sono state addestrate sul posto e preparate ad agire”.

Soldati polacchi al confine

L’ufficiale si pone una domanda: perché improvvisamente nella foresta sono stati tagliati e trasportati grossi tronchi, pali, e recentemente sono state scoperete anche alcune granate esplosive?

“Tutto ciò dimostra – sostiene Różański –  che tra i migranti che sono stati portati al confine, ci sono persone che ispirano gli incidenti e sono la parte che combatte”.

Così come è avvenuto, martedì scorso, al valico di frontiera.

Il Generale non ha dubbi, A suo parere, tutto questo, è sostenuto e ispirato dai bielorussi.

“E nel frattempo – prosegue nel suo ragionamento – abbiamo qui donne e bambini che devono ispirare empatia e mostrare i nostri servizi nella peggiore luce possibile”.

“Personalmente – sottolinea – ritengo che i nostri ufficiali, che sono supportati dai militari, le nostre norme legali consentono azioni adeguate, perché la Costituzione afferma che le Forze Armate sono chiamate a proteggere il confine e l’inviolabilità del nostro territorio. Quindi è il dovere delle Forze Armate e nessuno dovrebbe stupirsi che siano stati inviati a sostenere le guardie di frontiera. In questo caso, formalmente tutto va bene”.

Un soldato polacco

“I soldati – prosegue ancora il Generale – hanno obblighi diversi. Il soldato delle nostre Forze operative è equipaggiato con un fucile o una pistola o usa un sistema d’arma diverso. I soldati non usano manganelli, manette o gas lacrimogeni che invece sono di competenza delle guardie di frontiera”

Coloro che sono stati inviati a supportarle sono stati sottoposti a un addestramento appropriato per acquisire ulteriori competenze.

“L’efficacia di questo aiuto – dice ancora il Generale Mirosław Różański – a supporto della Guardia di frontiera da parte dei militari è confermata dai tentativi vanificati di sfondamento da parte di gruppi di migranti, in cui anche gli agenti di Polizia che hanno una vasta esperienza negli scontri con la folla e nel rispondere a tali minacce hanno avuto un grande ruolo”.

Le Forze di Difesa Territoriale sono coinvolte in attività durante questa crisi.

Ma il loro ruolo è più orientato a sostenere la popolazione locale che è molto confusa dai recenti avvenimenti.

Per Różański  “i soldati delle Forze di Difesa Territoriale stanno facendo bene in questo compito. Il  confine non deve essere attraversato da nessuna parte”.

“Tutti questi ufficiali e militari – conclude il Generale – svolgono i loro compiti nel miglior modo possibile e credo che non permetteranno l’attraversamento di massa delle frontiere”.

Con Piotr Kuśmider, psicologo, docente universitario, associato a Towarzystwo Pomocy im. Fratel Albert a Gorzów e collaboratore dell’Home Hospice, esaminiamo il comportamento sempre più aggressivo dei migranti,

Piotr Kuśmider, psicologo, docente universitario

Domandiamo: quali saranno le conseguenze psicologiche di questa situazione se dovesse continuare?

Da una parte c’è un gruppo di persone dal comportamento imprevedibile, dall’altra ci sono donne e bambini che, come sostengono i media, vogliono manifestare la loro simpatia per la Polonia.

Sono chiaramente due immagini contrapposte.

“Nel commentare la situazione al nostro confine orientale, metto da parte ogni suggerimento politico – dice Piotr Kuśmider -. Mi concentro solo sul problema dal lato psicologico. I mass media ci informano da tempo di un conflitto nella zona di confine. L’osservatore e l’ascoltatore di notizie vedono due tipi di protagonisti in questi eventi”.

Ci sono, infatti, i rifugiati e i soldati in piedi sul lato opposto del confine.

“Ora – prosegue lo psicologo – cerco di guardare al gruppo di profughi senza alcuna influenza politica usando solo l’osservazione psicologica. Queste persone provenivano da un Paese lontano con una cultura, una religione, un clima e un’economia diverse. Hanno pagato un sacco di soldi agli intermediari sperando di ritrovarsi in una realtà diversa. Tuttavia, sono rimasti bloccati a metà strada, in un ambiente sconosciuto. Considerando i fatti di cui sopra, possiamo fare la prima diagnosi. I rappresentanti del gruppo in questione sono delusi, perché il loro piano di viaggio è fallito, provano una profonda frustrazione causata dalla perdita di denaro (speso per biglietti e intermediari)”.

La situazione umanitaria al confine tra la Bielorussia e la Polonia

Il disagio associato al vivere nei boschi o sui prati freddi aumenta il sentimento di impotenza.

“Tutto ciò di cui ho scritto – prosegue Kuśmider – può dar vita a comportamenti aggressivi. E’ l’ultima risorsa. Qualcuno che ha lasciato la famiglia, ha venduto la casa, ha preso in prestito denaro e, dopo essere atterrato in una terra straniera, si scopre che il piano è crollato. E’ disperato ed avrà un comportamento aggressivo. Questo è vero sia nei comportamenti che nelle parole”.

“Inoltre – sostiene lo psicologo – potrebbe esserci anche il riflesso che io sono-siamo parte di una grande provocazione. Una manovra che i rifugiati potrebbero non comprendere appieno”.

Il secondo gruppo è costituito dai soldati polacchi.

“Li osserviamo stare in silenzio, a muro uno accanto all’altro, o nel come respingono gli attacchi – ragiona lo psicologo -. Dobbiamo sapere che si tratta per lo più di persone distaccate dalle loro famiglie, arrivate al confine da diverse parti del Paese. Hanno lasciato i propri cari: genitori, mogli, mariti, figli, colleghi e amici? Probabilmente durante gli addestramenti sono stati informati del divieto di usare le armi, di non accettare le provocazioni, di non provocare. Tutto questo richiede una perfetta padronanza. Non devono soccombere alle emozioni”.

“Mettiamo da parte ogni pregiudizio – conclude lo psicologo – e mi domando: quando tutto sarà finito queste persone avranno o non avranno il disturbo da stress post-traumatico? Le emozioni della folla non affioreranno per così tanto tempo nel momento meno atteso della vita? Non è facile passare così tanto tempo ad essere esposti ad attacchi fisici e verbali.  L’intera situazione è molto complicata”.

 

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