Di Paola Ducci*
COBASNA (TRANSNISTRIA). Cobasna è un piccolo villaggio della Transnistria, territorio separatista filo-russo incastonato tra Moldavia e Ucraina.
Cobasna ospita uno dei più grandi depositi di munizioni dell’Europa orientale: una gigantesca eredità della Guerra fredda, custodita da militari russi e circondata da un alone di opacità, allarmismo e speculazioni.
L’arsenale di Cobasna viene costituito ufficialmente l’11 agosto 1941, in base a una direttiva dello Stato Maggiore dell’Armata Rossa del 28 luglio 1941.
In origine non si trovava in Moldavia: il deposito fu infatti istituito a Kungur, nell’attuale Perm Krai (Russia), e solo nel 1949 venne trasferito nella sua sede attuale a Cobasna.

Da anni il suo nome resta confinato ai dossier di sicurezza regionale.
Ma con la guerra in Ucraina Cobasna è tornata al centro dell’attenzione. Il motivo è semplice: quel deposito, che secondo diverse stime conterrebbe circa 20.000 tonnellate di vecchie munizioni sovietiche, si trova a pochi chilometri dal confine ucraino e a poche centinaia di chilometri dalla Romania, cioè dalla NATO.
In una fase storica in cui la scarsità di munizioni è diventata una componente decisiva del conflitto, Cobasna si è trasformata da reliquia del passato a possibile fattore di instabilità contemporanea.
Il deposito di Cobasna nasce il secolo scorso nel contesto strategico dell’Unione Sovietica.
Le munizioni lì conservate erano destinate alle forze sovietiche dislocate nell’Europa orientale e, con la dissoluzione dell’URSS, sono rimaste in un territorio divenuto improvvisamente periferico ma mai davvero irrilevante. A proteggerle è rimasta la presenza militare russa in Transnistria, ufficialmente giustificata come necessaria alla sicurezza del sito.
È proprio questo uno dei punti più controversi. Per Mosca la presenza dei soldati russi è legata alla custodia del deposito e alla funzione di peacekeeping nella regione.
Per la Moldavia, invece, Cobasna è il pretesto che permette alla Russia di mantenere un presidio armato sul territorio moldavo contro la volontà di Chisinau.

In altre parole, il deposito non è solo un problema di sicurezza materiale ma soprattutto uno strumento politico.
Da anni si discute della necessità di svuotarlo o neutralizzarlo.
L’OSCE aveva avviato un processo di rimozione e smaltimento delle munizioni ma il progetto si è fermato nel 2004, quando la Transnistria ha ritirato la propria cooperazione.
Da allora il sito è rimasto come congelato: enorme, inaccessibile e sempre meno trasparente.
Da oltre 15 anni non viene ispezionato da osservatori internazionali. Questo significa che quantità, composizione e stato effettivo delle scorte sono noti solo ai militari russi e alle autorità transnistriane.
Il paradosso è che, mentre fuori viene percepita come una vera minaccia, localmente Cobasna ha anche una dimensione quotidiana e sociale positiva poiché il villaggio trae beneficio economico dalla presenza militare e dal deposito.
Per una parte degli abitanti quel sito rappresenta lavoro, stipendi, stabilità.
È una contraddizione tipica dei conflitti statici: ciò che per l’esterno è un pericolo, per chi vive sul posto può essere anche una fonte di sostentamento.
In teoria Cobasna potrebbe apparire come una riserva strategica ma molti esperti dubitano fortemente che quelle munizioni possano avere un reale valore operativo.
Gran parte dell’arsenale avrebbe almeno 40 anni e una larga parte delle scorte era già considerata scaduta o prossima alla fine della propria vita utile nei primi anni duemila.
Anche se parte del materiale fosse ancora tecnicamente utilizzabile resterebbero comunque dubbi seri sulla sicurezza, sull’affidabilità e sulla compatibilità con i sistemi d’arma attuali. Quindi il vero timore legato a Cobasna non riguarda tanto l’impiego delle munizioni quanto la possibilità di una detonazione.

E qui il problema assume contorni decisamente più drammatici.
Il deposito contiene una massa enorme di materiale esplosivo invecchiato, accumulato in condizioni che in passato hanno già suscitato preoccupazioni negli osservatori internazionali. I rischi derivano da diversi fattori: il deterioramento naturale delle munizioni, l’eventuale inadeguatezza delle procedure di stoccaggio, un incidente tecnico oppure gli effetti indiretti della guerra in corso, come la caduta di detriti missilistici o un errore militare.
Per comprendere fino in fondo il significato di Cobasna bisogna guardare oltre il deposito stesso.
Il villaggio e il suo arsenale sono un condensato della questione transnistriana: un conflitto congelato che la guerra in Ucraina ha avviato improvvisamente verso un processo di possibile e pericoloso disgelo.
La Transnistria è da decenni uno spazio di influenza russa in cui sopravvivono strutture politiche, economiche e simboliche di impronta sovietica.
Il suo ruolo, come quello di altri territori separatisti nello spazio post-sovietico, è quello di esercitare pressione sui Paesi vicini che cercano un ancoraggio occidentale.
In questo quadro Cobasna funziona come un perno. Non serve necessariamente ad aprire un nuovo fronte militare, basta che esista, che resti armata, opaca e irrisolta.
Cobasna è, in fondo, il risultato di un fallimento prolungato.
Per anni si è pensato che il problema potesse essere risolto in un futuro piuttosto nebuloso, quando il clima internazionale sarebbe stato favorevole. Ma quel futuro non è mai arrivato. Le munizioni sono rimaste dov’erano, il processo di smaltimento si è fermato e la regione è rimasta sospesa in una precarietà solo apparente.
Oggi, con la guerra in Ucraina ancora in corso, Cobasna dimostra quanto i conflitti irrisolti dello spazio post-sovietico non siano mai davvero marginali. Un deposito nato per sostenere la potenza militare sovietica è diventato, decenni dopo, una minaccia passiva ma concreta nel cuore dell’Europa orientale.
Non tanto perché possa decidere da solo le sorti della guerra ma perché incarna tutto ciò che in quella regione resta instabile: la presenza russa, la fragilità moldava, la vulnerabilità ucraina e l’incapacità internazionale di chiudere davvero i conti con il passato.
Cobasna non è solo un deposito di munizioni.
È un residuo armato della Guerra fredda che continua a produrre effetti nel presente.
E finché resterà lì, intatto e irrisolto, continuerà a ricordare che in Europa orientale anche ciò che sembra fermo può tornare, all’improvviso, a essere pericolosamente centrale.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
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