Di Giuseppe Gagliano
ABU DHABI Gli Emirati Arabi Uniti stanno volando sempre più vicino a Pechino, e non è solo una metafora.
Negli ultimi anni, la partnership tra EAU e Cina nel campo della Difesa ha preso quota, con un’attenzione particolare ai caccia avanzati e alle tecnologie aerospaziali.
Dietro questa accelerazione c’è una regia precisa: quella dello sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan (MBZ), il leader che sta riscrivendo la strategia emiratina tra pragmatismo e visione futuristica.

Ma cosa bolle davvero in pentola tra il Golfo e l’Impero di Mezzo? Un rapporto che sa di missili, jet e geopolitica offre qualche risposta.
Un’alleanza che decolla
La cooperazione EAU-Cina non è una novità, ma il ritmo impresso negli ultimi tempi è da brivido.
Droni, satelliti, sistemi di difesa: i due Paesi hanno già un curriculum di tutto rispetto.
Ora, però, l’obiettivo si alza – letteralmente – verso i cieli. I caccia di nuova generazione sono il piatto forte, un settore dove la Cina punta a sfidare i giganti occidentali e gli EAU vedono un’opportunità per diversificare il loro arsenale.
Dopo l’addio (o quasi) agli F-35 americani, bloccati da Washington nel 2021 per timori su Huawei e equilibri mediorientali, Abu Dhabi ha guardato altrove. E Pechino ha risposto presente.
Il 2017 è stato un primo segnale: un memorandum tra i due Paesi per sviluppare un jet di quinta generazione.
Da allora, i contatti si sono intensificati.
Fonti vicine al dossier parlano di negoziati serrati su tecnologie stealth, avionica avanzata e persino propulsione.

La Cina porta in dote il J-20, il suo cacciatore furtivo, e il promettente J-36, un sesta generazione ancora avvolto nel mistero.
Gli EAU? Competenze, soldi e una posizione strategica che fa gola. Non è un caso che MBZ, architetto di questa svolta, abbia fatto della “sovranità tecnologica” un mantra.
La visione di MBZ
Mohammed bin Zayed non è tipo da accontentarsi di comprare armi: vuole costruirle.
La sua influenza è il motore di questa partnership.
Dopo aver trasformato gli EAU in una potenza militare regionale – 80 Rafale francesi ordinati nel 2021, droni armati ovunque – MBZ punta a un’autonomia strategica che lo emancipi dalla dipendenza occidentale.

La Cina, con la sua politica di “no strings attached” e un’industria aerospaziale in ascesa, è il partner ideale. “Vogliamo essere giocatori, non spettatori,” avrebbe detto un alto funzionario emiratino a porte chiuse. E i jet sono il biglietto d’ingresso.
Il principe ereditario vede lontano: un’alleanza con Pechino non è solo militare, ma geopolitica.
In un Medio Oriente in ebollizione – Iran da un lato, Israele dall’altro – gli EAU si muovono come scacchisti, bilanciando Washington, Mosca e ora la Cina. I caccia sono un simbolo, ma anche un’arma concreta per proiettare potenza oltre il Golfo.
I registi emiratini
A guidare le danze ci sono figure chiave dell’establishment di Abu Dhabi. Tareq Abdul Raheem Al Hosani, CEO del Tawazun Economic Council, è l’uomo dei contratti: ha già siglato l’affare dei Rafale e ora negozia con i cinesi.
Poi c’è il Maggiore Generale Ibrahim Nasser Mohammed Al Alawi, capo dell’Aeronautica emiratina, che supervisiona i requisiti tecnici e i test. Entrambi rispondono a MBZ, ma portano sul tavolo esperienza e ambizione. Non si tratta di burocrati: sono strateghi che sanno quanto vale un’ala stealth in un mondo di droni e missili ipersonici.
Negoziati ad alta tecnologia
Cosa c’è sul tavolo? Tanto, e di più. I cinesi offrono know-how su radar AESA, materiali compositi e sistemi di rete per la guerra digitale.
Gli EAU mettono capitali e accesso a infrastrutture di prim’ordine, come la base di Al Minhad, snodo logistico perfetto per test e sviluppo.
Si parla di un caccia leggero, forse un’evoluzione del MiG-LMFS russo rivisto con tecnologia cinese, o di un progetto ex novo. Le indiscrezioni abbondano: un prototipo potrebbe volare entro il 2027, ma i dettagli restano blindati. Pechino è maestra nel tenere le carte coperte, e Abu Dhabi non è da meno.
Non mancano le incognite.
La Cina vuole esportare, ma anche proteggere i suoi segreti.
Gli EAU, dal canto loro, devono evitare di irritare troppo gli USA, ancora alleati cruciali. E poi c’è Israele, che non gradisce un vicino con jet cinesi troppo vicini all’F-35I Adir. Eppure, il dialogo va avanti, tra meeting a Dubai e trasferte a Chengdu, casa dei colossi aeronautici cinesi.
Un gioco più grande
Questa non è solo una storia di aerei.
È un segnale. Gli EAU stanno ridisegnando le alleanze in un mondo multipolare, e la Cina si offre come contrappeso all’egemonia occidentale.
I caccia sono la punta dell’iceberg: sotto ci sono intese economiche (la Via della Seta passa anche da qui) e militari che potrebbero cambiare gli equilibri.
Washington osserva, nervosa. Tel Aviv pure. Ma MBZ vola alto, e Pechino gli tiene il passo. In questo cielo, il prossimo duello non sarà solo tra jet, ma tra visioni del futuro.
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