Giornata del 27 gennaio: Memoria, uso della forza e fallimento delle soglie strategiche nel sistema internazionale contemporaneo

Di Cristina Di Silvio*

WASHINGTON D.C. Nel Giorno della Memoria, mentre le istituzioni ricordano l’evento-limite che ha segnato in modo irreversibile la coscienza strategica dell’Europa e del mondo, il sistema internazionale continua a produrre morte con una regolarità che non genera più shock, ma assuefazione.

Un gruppo di bambini sopravvissuti dietro il filo spinato del campo di
concentramento tedesco Auschwitz-Birkenau il giorno della liberazione del
campo da parte dell’Armata Rossa, 27 gennaio 1945. La foto è stata scattata
dal fotografo dell’Armata Rossa, Capitano Aleksander Worontsov durante le
riprese del film sulla liberazione del campo

Questo scarto tra il ricordo solenne e la realtà operativa del presente non è una contraddizione retorica: è il segnale più evidente di una crisi profonda della sicurezza globale.

La memoria non è più percepita come barriera. E quando la memoria arretra, la violenza avanza.

Il 27 gennaio non appartiene alla Storia, ma alla Dottrina.

Ricorda che lo sterminio, la repressione sistemica, la guerra totale non iniziano mai con l’annientamento fisico, ma con la progressiva perdita di valore della vita umana nei processi decisionali. È in quel momento che la forza smette di essere strumento e diventa struttura.

Oggi, osservando i conflitti in corso, è impossibile ignorare che il mondo non è entrato in una nuova guerra globale: ha smesso di uscirne.

Forze russe in azione in Ucraina

Il conflitto in Ucraina ha riportato nel cuore dell’Europa una guerra convenzionale ad alta intensità, fondata sul logoramento umano e industriale, sulla profondità strategica e sulla mobilitazione prolungata delle risorse nazionali.

Le perdite, militari e civili, non sono più un effetto collaterale, ma una variabile strutturale del confronto. Esse incidono sulla resilienza degli Stati, sulla tenuta della volontà politica, sulla sostenibilità stessa dello sforzo bellico. Il fattore umano, che per decenni si è tentato di marginalizzare dietro la superiorità tecnologica, è tornato a essere il centro di gravità reale del conflitto.

Un’immagine dei rapimenti del 7 ottobre 2023. Hamas oggi accetta l’accordo di Trump

Nel Medio Oriente, l’attacco del 7 ottobre in Israele ha segnato una frattura irreversibile nelle soglie della deterrenza regionale. L’uso deliberato del terrore contro civili, la violenza esercitata come obiettivo e non come mezzo, hanno imposto una risposta militare inscritta nella dottrina della difesa dello Stato.

Tuttavia, quella risposta si è innestata in un ciclo di escalation che ha ampliato il numero delle vittime non combattenti e ha stratificato il dolore, rendendolo cumulativo, ereditario, trasmissibile. Qui la guerra non distrugge solo infrastrutture: erode il tempo, il futuro, la possibilità stessa di stabilizzazione.

In questo quadro, l’Iran opera come attore strategico che ha fatto della distanza morale e operativa un moltiplicatore di potenza. Attraverso la proiezione indiretta, il supporto a forze proxy e l’ambiguità calcolata, esercita influenza senza assumere formalmente lo status di belligerante.

È una guerra combattuta nella zona grigia, ma i suoi effetti sono concreti e misurabili in termini di instabilità cronica, repressioni, morti indirette.

La negabilità politica non attenua il costo umano; lo redistribuisce.

L’Europa conosce bene questa forma di violenza.

Il terrorismo che ha colpito le sue città, dal Bataclan in poi, ha dimostrato che la guerra contemporanea non rispetta confini né fronti. Colpisce lo spazio civile, trasforma i cittadini in bersagli, altera in profondità l’equilibrio tra sicurezza e libertà.

Qui il numero dei morti è inferiore rispetto ai teatri convenzionali, ma il loro impatto strategico è sproporzionato. Ogni vittima diventa un messaggio, ogni attacco una pressione sistemica sulle istituzioni democratiche.

A questo si aggiungono le repressioni interne, presenti in numerosi contesti geopolitici e spesso trattate come questioni di politica interna. Dal punto di vista strategico, esse costituiscono invece una forma di conflitto latente.

I morti della repressione non rientrano nelle statistiche di guerra, ma alimentano instabilità di lungo periodo, radicalizzazione, delegittimazione del potere. La repressione indiscriminata è una guerra differita: i suoi effetti emergono nel tempo, spesso con maggiore violenza.

Osservati nel loro insieme, questi fenomeni non rappresentano crisi separate, ma un unico ambiente operativo globale. La conflittualità è diventata simultanea, interconnessa, permanente. Le soglie tradizionali tra pace, crisi e guerra sono state erose.

La morte è stata normalizzata nei processi decisionali, incorporata nelle narrative strategiche, assorbita nei calcoli di costo-beneficio. È in questo passaggio che la memoria diventa decisiva.

Per i Ministeri della Difesa, per le Forze Armate, per le alleanze militari, la memoria non è un esercizio etico astratto.

È una linea di difesa strategica. Dove la memoria storica è viva, l’uso della forza resta controllato, finalizzato, subordinato a un obiettivo politico chiaro. Dove la memoria si indebolisce, la soglia dell’impiego militare si abbassa, la violenza si autonomizza, il conflitto tende a perpetuarsi.

La superiorità tecnologica, la capacità multidominio, la prontezza operativa restano elementi imprescindibili. Ma non sono sufficienti. Una strategia che non integri il fattore umano – morale, resilienza, percezione del sacrificio – è una strategia incompleta. Una dottrina che non consideri il costo umano delle proprie decisioni è destinata, nel lungo periodo, a fallire i propri obiettivi.

Il Giorno della Memoria ricorda che esiste un limite oltre il quale la forza perde legittimità e la sicurezza si trasforma nel suo opposto.

Ricorda che la guerra, quando non è più contenuta dalla memoria, smette di essere strumento della politica e diventa sistema. In un mondo che ha smesso di contare i morti, preservare la memoria non è un atto simbolico. È una responsabilità strategica.

ENGLISH VERSION 

Security: Memory, the Use of Force, and the Failure of Strategic Thresholds in the Contemporary International System

By Cristina Di Silvio**

WASHINGTON D.C. On Holocaust Remembrance Day, while institutions commemorate the ultimate event that irreversibly shaped the strategic consciousness of Europe and the world, the international system continues to produce death with a regularity that no longer shocks but numbs. This gap between solemn remembrance and the operational reality of the present is not a rhetorical contradiction: it is the clearest signal of a profound global security crisis. Memory is no longer perceived as a barrier. And when memory recedes, violence advances.

January 27 does not belong solely to History but to Doctrine. It reminds us that extermination, systemic repression, and total war never begin with physical annihilation alone, but with the progressive devaluation of human life in decision-making processes.

It is at that moment that force ceases to be a tool and becomes a structure. Today, observing ongoing conflicts, it is impossible to ignore that the world has not entered a new global war, it has ceased to leave it.

A Ukrainian hospital was completely devastated by the fighting.

The conflict in Ukraine has brought high-intensity conventional warfare back to the heart of Europe, founded on human and industrial attrition, strategic depth, and prolonged mobilization of national resources.

Losses, both military and civilian, are no longer collateral effects but structural variables of the confrontation. They affect state resilience, the endurance of political will, and the sustainability of the war effort itself.

The human factor, marginalized for decades behind technological superiority, has returned as the true center of gravity of the conflict.

In the Middle East, the 7 October attack in Israel marked an irreversible fracture in regional deterrence thresholds.

The deliberate use of terror against civilians, violence employed as an objective rather than a means, imposed a military response enshrined in the doctrine of state defense.

Yet that response entered a cycle of escalation that increased the number of non-combatant casualties and layered suffering, making it cumulative, inherited, and transmissible.

Here, war does not only destroy infrastructure: it erodes time, the future, and the very possibility of stabilization.

Within this context, Iran operates as a strategic actor that has made moral and operational distance a force multiplier.

Through indirect projection, support to proxy forces, and calculated ambiguity, it exercises influence without formally assuming the status of a belligerent.

This is warfare fought in the gray zone, but its effects are concrete and measurable in terms of chronic instability, repression, and indirect casualties. Political deniability does not reduce the human cost; it redistributes it.

Europe is well acquainted with this form of violence.

Terrorism that has struck its cities, from the Bataclan onwards, has shown that contemporary warfare respects neither borders nor frontlines.

The Batalaclan after the attack

It targets civilian spaces, turns citizens into targets, and profoundly alters the balance between security and liberty.

Here, the number of deaths is lower than in conventional theaters, but their strategic impact is disproportionate. Each victim becomes a message; each attack, systemic pressure on democratic institutions.

Internal repression adds another dimension, present in numerous geopolitical contexts and often treated as purely domestic political issues.

Strategically, however, these constitute a form of latent conflict.

Deaths caused by repression do not appear in war statistics but fuel long-term instability, radicalization, and delegitimization of authority. Indiscriminate repression is deferred warfare: its effects emerge over time, often with greater violence.

Viewed together, these phenomena do not represent separate crises but a single global operational environment. Conflict has become simultaneous, interconnected, and permanent. Traditional thresholds between peace, crisis, and war have eroded.

Death has been normalized in decision-making processes, incorporated into strategic narratives, absorbed into cost-benefit calculations. It is in this transition that memory becomes decisive.

For Ministries of Defense, Armed Forces, and military alliances, memory is not an abstract ethical exercise. It is a strategic line of defense.

Where historical memory is alive, the use of force remains controlled, purposeful, and subordinated to a clear political objective. Where memory weakens, the threshold for military action lowers, violence becomes autonomous, and conflict tends to perpetuate itself.

Technological superiority, multidomain capability, and operational readiness remain indispensable elements, but they are not sufficient. A strategy that does not integrate the human factor, morale, resilience, and the perception of sacrifice, is incomplete.

A doctrine that fails to consider the human cost of its decisions is destined, in the long term, to fail its objectives.

Holocaust Remembrance Day reminds us that there is a limit beyond which force loses legitimacy and security transforms into its opposite. It reminds us that war, when no longer contained by memory, ceases to be a tool of policy and becomes a system.

In a world that has stopped counting the dead, preserving memory is not a symbolic act. It is a strategic responsibility.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni, geopolitica e diritti umani

**Expert in International Relations, Institutions, Geopolitics, and Human Rights

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto