Di Gerardo Severino*
TRENTO. Il 12 luglio 1916, in un caldo pomeriggio d’estate, alle ore 18, nel terrapieno del Castello del Buon Consiglio, nella sua amata città natia, la bellissima Trento, esalava il suo ultimo respiro un maturo Tenente degli Alpini italiani, Cesare Battisti, condannato a morte da una Corte marziale austro-ungarica per il fatto di aver tradito il suo Paese, l’Austria, per combattere a favore della redenzione del Trentino, che non pochi Patrioti come lui speravano finalmente di unire all’Italia.

A 110 anni dal suo sacrificio, non volendo rischiare che la memoria del suo mirabile esempio di virtù civili e militari possa affievolirsi con il tempo, ma anche e soprattutto per far comprendere ai tanti che ancora oggi mettono in dubbio il valore del soldato italiano, abbiamo voluto proporre ai nostri lettori la sua affascinante storia, peraltro comune a tanti cari nomi dell’Irredentismo trentino e giulio, ricordando le altrettanto eroiche gesta di uomini come Fabio Filzi, fucilato assieme al Battisti; di Damiano Chiesa, fucilato il 19 maggio 1916 e del grande Nazario Sauro, impiccato a Pola il 10 agosto dello stesso anno, anche loro vittime dello stesso carnefice.
I primi anni a Trento (1875 – 1915)
Cesare Battisti nacque in una Trento ancora sotto la sferza asburgica, in una fredda giornata d’inverno del 1875, esattamente il 4 febbraio, ennesimo figlio di Cesare e di Teresa Fogolari. Battezzato lo stesso giorno della nascita presso la Chiesa di Santa Maria Maggiore, gli furono imposti, come da tradizione, i nomi di Cesare, Luigi, Giuseppe e Maria.
Il suo nome, ancor prima del suo estremo sacrificio è passato alla storia per essere appartenuto ad un vero irredentista italiano, ad un uomo che avrebbe lottato tutta la vita per far ottenere al Trentino l’annessione al Regno d’Italia, quindi l’agognata autonomia amministrativa dall’Impero Austro-Ungarico.

Compì, nella città natale, gli studi secondari, per poi iscriversi presso la Facoltà Giuridica dell’Università di Graz, che però lasciò subito dopo, onde trasferirsi in Italia.
Cesare Battisti amò sempre e fortemente la Patria Italiana, tant’è vero che nel 1898, appena ventitreenne, si laureò presso la Facoltà di Lettere della Regia Università di Firenze, con una importante tesi sulla geografia Trentina.
Fu proprio questo il settore del suo primo impiego professionale, prima di occuparsi seriamente di politica.
Cesare Battisti approfondì, infatti, gli studi geografici e naturalistici, peraltro pubblicando anche alcuni interessanti volumi sul territorio Trentino, come nel caso de Il Trentino. Saggio di geografia fisica e di antropogeografia (Trento, Zippel, Editore, 1898), ma anche Termini geografici dialettali raccolti nel Trentino: secondo contributo per Battisti Cesare di Trento (Trento, Tipografia Editrice Trentina, 1904).
Tornato a Trento, la politica s’impadronì del suo spirito ribelle e combattivo, e d’allora in poi tutta la vita di Cesare Battisti fu una sola battaglia per la liberazione della sua terra dall’Austria ed insieme per la redenzione degli umili.
La sua attività, varia e febbrile, fu una continua sfida all’Imperial Regio Governo, tanto che più di una volta Cesare Battisti comparve davanti ai magistrati e alla Imperial Regia Polizia, che lo tenevano sotto stretta sorveglianza.
Cesare Battisti si dedicò, quindi, alla vita politica, all’irredentismo e al socialismo sin da giovane, scalando anche le vette della rappresentanza parlamentare, tant’è che nel 1911 diventò Deputato presso il Parlamento di Vienna.
Qui si impegnerà a fondo onde ottenere l’autonomia amministrativa del Trentino, così come per l’istituzione di una Università italiana nella città di Trieste, allora principale porto commerciale dell’Impero.
Amante dell’alpinismo, Cesare Battisti partecipò a varie ascensioni su per i monti del suo amato Trentino, che per lui furono una palestra gigantesca, ove egli ritemprava sia l’animo che il corpo. Anche in questo campo ha lasciato non pochi libri, saggi e articoli.
Il patriota trentino fu, poi, anche un abile oratore e apprezzato giornalista, peraltro direttore di alcuni giornali socialisti di Trento, tra i quali Il Popolo, da lui fondato nel 1900, e il Tridentum, sui quali, a partire dal 1914, a seguito dello scoppio della Grande Guerra, propugnerà l’ingresso nel conflitto mondiale del Regno d’Italia, naturalmente nella speranza di una futura annessione del Trentino all’amata Penisola.
Dalla politica al grigioverde (1915 – 1916)
Agli inizi del 1915, Cesare Battisti lasciò dunque Trento per trasferirsi a Milano, ove svolse una febbrile attività interventista.

Dopo il 24 maggio dello stesso 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, il patriota trentino, allora quarantenne, si arruolò volontariamente nel Corpo degli Alpini, in uno dei reparti più gloriosi di quella specialità del Regio Esercito, l’indomito 6° Reggimento.
Ma per l’epilogo di questa straordinaria vita riteniamo doveroso lasciare la parola a quanto riporta la sua scheda biografica, pubblicata sulla benemerita Enciclopedia Militare: “Nei mesi di ansiosa vigilia che precedettero la nostra dichiarazione di guerra all’Austria, Cesare Battisti si fece infaticabile crociato della nuova guerra santa e non si concesse sosta e riposo fino a quella sera del 24 maggio in cui, sulla selva di bandiere e sulla marea di popolo ondeggianti nella piazza del Campidoglio, egli poté gettare un grido alto, ed imperioso come uno squillo di fanfara: Ed ora alla frontiera! .
E per la frontiera naturalmente fu il primo a partire, semplice soldato. Indossò la divisa dell’alpino e fu soldato umile e silenzioso, mai ristando da nessuna fatica e da nessun sagrifizio. Nel combattimento di Punta Albiolo (regione Adamello), il 21 agosto 1915, guadagnò una medaglia di bronzo al valor militare. Nominato sottotenente alla fine dell’ottobre 1915, fu promosso poco dopo tenente per merito di guerra. Con questo grado egli raggiunse il battaglione alpino Vicenza, in Vallarsa, ai primi di giugno 1916, durante la grande offensiva austriaca.
Il 10 luglio, durante una nostra sfortunata azione sul monte Corno, insieme col comandante del battaglione Vicenza e gran parte del battaglione stesso, cadevano in mano del nemico anche Cesare Battisti, che durante tutto il combattimento era stato, come sempre, avanti a tutti, ed il sottotenente Fabio Filzi, di Rovereto, amico ed ammiratore di Battisti.
Riconosciuti ed ammanettati come malfattori, passarono rigidi e fieri, tra le baionette austriache. Tradotti a Trento, raggiunsero il fosco Castello del Buon Consiglio tra un’oscena gazzarra inscenata da tutta la marmaglia austriacante e dalla sbirraglia. Cesare Battisti comparve davanti alla Corte marziale, non con patteggiamento di prigioniero accusato di alto tradimento, ma piuttosto come un accusatore ed un giudice.
Con parola ferma e sicura rivendicò tutta la sua fede italica e ribadì il suo profondo disprezzo per l’Austria. Fu, come Filzi, condannato alla forca, dopo un rapido processo, che sembrò un’ironia, poiché il boia era stato già chiamato da Vienna subito dopo la cattura. Nella fossa del Castello, alle ore 18 del 12 luglio, Battisti, eretto, impassibile, ascoltò la lettura della sentenza; poi salì il patibolo infame. Per caso o per meditazione, il laccio postogli al collo si spezzò dopo averlo sollevato; il martire, ricadendo, trovò ancora la forza di gridare: Viva l’Italia!” [1].
A qualche settimana dalla barbara esecuzione di Battisti e Filzi, esattamente il 4 agosto, ebbe inizio la sesta battaglia dell’Isonzo, nei pressi di Gorizia.
Due giorni dopo l’Esercito italiano avrebbe conquistato il Monte Sabotino e il Monte San Michele.
L’8 agosto le truppe austriache abbandonarono la testa di ponte sul lato destro dell’Isonzo, sempre nei pressi di Gorizia.
Poco dopo il VI Corpo d’Armata, al comando del Generale Luigi Capello, attraversò il fiume, muovendo così alla volta di Gorizia e dello stesso Monte San Michele, ad oriente della città.
Furono, quelli, momenti di sublime emozione per chi, come gli Alpini del 6° e l’intero Esercito aveva perso due dei suoi figli migliori.
Fu, poi, con Decreto Luogotenenziale del 16 settembre dello stesso 1916 che alla memoria dell’Eroe trentino fu concessa una Medaglia d’Argento al Valor Militare, la quale fu giustamente tramutata in Oro all’indomani di Vittorio Veneto, per volere dello stesso Re Vittorio Emanuele III, con la seguente motivazione: “Esempio costante di fulgido valore militare, il 10 luglio 1916, dopo aver condotto all’attacco, con mirabile slancio, la propria compagnia, sopraffatto dal nemico soverchiarne, resistette con pochi alpini fino all’estremo, finché tra l’incerto tentativo di salvarsi voltando il dorso al nemico od il sicuro martirio, scelse il martirio. Affrontò il capestro austriaco con dignità e fierezza, gridando,, prima di esalare l’ultimo respiro: Viva l’Italia!” [2].
Anche i luoghi ove si consumò la breve esperienza militare di Cesare Battisti furono destinati a perpetuarne la memoria.

E, mentre, le spoglie di questo grande Patriota che credette fermamente nell’Italia unita e libera dal giogo straniero riposano oggi nella sua stessa Trento, esattamente nel Mausoleo a lui dedicato nel parco naturale del Doss Trento, la Spia della Vallarsa, come era stato definito il Monte Corno (occupato dagli italiani solo il 7 maggio del 1918) in relazione alla particolare rete difensiva realizzata dagli Austriaci durante l’offensiva della primavera del 1916, verrà ribattezzata Corno Battisti, altura che si erge nel gruppo del Pasubio, luogo incantevole che domina la splendida Vallarsa, oggi metà del turismo montano, coì come lo sono gran parte di quei luoghi generosamente irrorati da copioso sangue italiano.
NOTE
[1] Cfr. voce “Battisti Cesare”, in Enciclopedia Militare, Milano, Istituto Editoriale Scientifico, 1928, pag. 130.
[2] Cfr. Ministero della Guerra, Bollettino Ufficiale, Dispensa 12^, in data 28 febbraio 1919, pag. 713.
*Colonnello (Aus). della Guardia di Finanza – Storico Militare. Membro Comitato di Redazione di Report Difesa
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