Di Giuseppe Gagliano*
TAIPEI. La presenza sempre più visibile delle Forze speciali statunitensi nelle basi di Taiwan non è un dettaglio militare.

È un messaggio politico rivolto a Pechino, a Taipei e agli alleati asiatici di Washington.
Gli Stati Uniti non si limitano più a vendere armi, inviare istruttori per brevi periodi o garantire appoggio diplomatico. Stanno costruendo, passo dopo passo, una presenza stabile, integrata e difficilmente reversibile.
Le squadre delle Forze speciali dell’Esercito americano, i cosiddetti Berretti Verdi, sono state assegnate ai reparti del comando taiwanese per le operazioni speciali. Il loro compito è addestrare, osservare, valutare sul campo e migliorare la capacità di combattimento delle unità dell’isola.
Non si tratta più di una cooperazione episodica, ma di una struttura permanente che entra nel cuore dell’apparato militare di Taipei.
Il dato più importante è proprio questo: la relazione tra Stati Uniti e Taiwan sta passando dalla semplice assistenza alla progressiva integrazione operativa.

Dalle armi all’intelligence
Washington vende armi a Taiwan da decenni. Ma la vendita di armi è solo la parte più visibile del rapporto. Oggi il livello successivo riguarda l’addestramento, il coordinamento, la raccolta di informazioni e la preparazione di una guerra asimmetrica contro un nemico immensamente più grande.
Secondo fonti locali, il personale statunitense entra ed esce regolarmente dal campo Wuhan, a Taoyuan, dove si trova il quartier generale delle forze speciali dell’esercito taiwanese. Dal 2023 sarebbe inoltre attivo sull’isola un gruppo americano di collegamento per le operazioni speciali, incaricato di coordinare militari, mezzi, materiali e programmi di formazione.
I numeri confermano la tendenza. Gli istruttori e consulenti statunitensi sarebbero passati da circa duecento nel 2023 a circa cinquecento nel 2025. Una crescita del genere non si spiega con semplici visite tecniche. Indica una presenza organizzata, pianificata e destinata a durare.
Ancora più delicato è il capitolo dell’intelligence.
Militari americani sarebbero presenti anche presso strutture dell’informazione militare taiwanese, forse nell’ambito di un programma riservato incaricato di intercettare segnali elettronici provenienti dalla Cina continentale, dalle coste sudorientali cinesi e dal Mar Cinese Meridionale.
Se confermato, questo significa che Taiwan non è solo un avamposto difensivo, ma anche una piattaforma avanzata di ascolto contro la Cina.
La valutazione militare: preparare l’isola alla guerra irregolare
Dal punto di vista militare, la scelta americana è coerente. Taiwan non può pensare di competere con la Cina sul piano quantitativo. Pechino dispone di una marina più grande, di una forza missilistica imponente, di un’aviazione in crescita e di una profondità strategica che l’isola non possiede.
Per Taipei, dunque, la difesa passa da tre elementi: resistenza, dispersione e logoramento.
Le Forze speciali americane servono proprio a questo.
Addestrano i reparti taiwanesi alla guerra asimmetrica, alla guerriglia, alle operazioni costiere, all’impiego di piccoli droni, alla difesa delle isole avanzate e alla sopravvivenza dopo un primo attacco missilistico cinese.
La presenza nelle isole Kinmen e Penghu è particolarmente significativa.
Kinmen si trova a ridosso della costa cinese. Penghu controlla invece uno spazio decisivo tra Taiwan e il continente.
Rafforzare questi punti significa preparare non solo la difesa dell’isola principale, ma anche la gestione delle prime fasi di una crisi: blocco navale, incursioni, sabotaggi, operazioni anfibie limitate, pressione psicologica.
La lezione ucraina è evidente. Washington vuole fare di Taiwan un territorio capace di resistere a lungo, anche in condizioni di inferiorità numerica, rendendo troppo alto il costo di una possibile operazione cinese.
Lo scenario economico: Taiwan come nodo della guerra tecnologica
Il valore di Taiwan non è solo militare. È economico e tecnologico. L’isola è uno dei centri fondamentali della produzione mondiale di semiconduttori, cioè quei componenti senza i quali non funzionano computer, automobili, missili, satelliti, sistemi di guida, reti di comunicazione e intelligenza artificiale.

Per questo la difesa di Taiwan coincide con la difesa di una parte essenziale dell’economia mondiale. Se Pechino ottenesse il controllo dell’isola, cambierebbe l’equilibrio tecnologico globale. Se invece una guerra distruggesse gli impianti produttivi taiwanesi, l’urto sarebbe devastante per Stati Uniti, Europa, Giappone, Corea del Sud e per l’intera filiera industriale occidentale.
Gli Stati Uniti, quindi, non difendono Taiwan solo per ragioni ideologiche o diplomatiche. Difendono un nodo essenziale della loro supremazia tecnologica. La presenza militare americana sull’isola va letta anche come protezione armata di un patrimonio industriale decisivo.
La risposta di Pechino
Per la Cina, tutto questo è provocatorio. Pechino considera Taiwan parte del proprio territorio e interpreta ogni presenza militare straniera sull’isola come una violazione della sua sovranità. Più gli Stati Uniti rendono stabile la propria presenza, più la Cina vede restringersi lo spazio politico per una riunificazione pacifica.
Il rischio è che si crei una spirale. Washington aumenta addestratori, intelligence e cooperazione militare.
Pechino risponde con esercitazioni navali, incursioni aeree, pressione sulle isole periferiche e dimostrazioni di forza. Taipei rafforza la propria difesa.
Gli Stati Uniti inviano altri specialisti. E così la crisi diventa permanente.
La guerra non è inevitabile, ma la militarizzazione della crisi rende sempre più fragile la gestione diplomatica.
Il significato geopolitico
La presenza dei Berretti Verdi a Taiwan segnala una trasformazione più ampia della strategia americana nell’Indo-Pacifico. Washington non vuole soltanto contenere la Cina con grandi flotte e basi lontane. Vuole costruire una rete di resistenze locali: Giappone, Filippine, Australia, Guam, Corea del Sud, Taiwan.
Taipei diventa così una pedina centrale del contenimento americano della Cina. Non un alleato formale, perché gli Stati Uniti mantengono ancora l’ambiguità diplomatica sulla questione taiwanese, ma un alleato militare di fatto.
È qui che nasce la contraddizione. Sul piano ufficiale Washington continua a riconoscere una sola Cina. Sul piano operativo, però, prepara Taiwan a combattere come se fosse un avamposto autonomo della strategia americana.
Una soglia già superata
Il vero punto non è se ci siano soldati americani a Taiwan. Il punto è che non sono più di passaggio. Sono dentro il sistema. Addestrano, coordinano, osservano, raccolgono informazioni, preparano scenari.
Questo cambia il significato della crisi. Taiwan non è più soltanto una disputa irrisolta tra Pechino e Taipei. È diventata il luogo in cui si misura la possibilità stessa della Cina di rompere l’accerchiamento americano nel Pacifico.
Gli Stati Uniti, da parte loro, stanno rendendo l’isola troppo importante per abbandonarla e troppo armata perché Pechino possa ignorarla.
È una strategia efficace, ma pericolosa.
Perché più Taiwan viene integrata nel dispositivo militare americano, più la Cina sarà tentata di dimostrare che quella integrazione non può diventare irreversibile.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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