Di Giuseppe Gagliano*
TEHERAN. La miccia è accesa.
Un attacco, forse statunitense, forse israeliano, colpisce un impianto sensibile del programma nucleare iraniano.

Immediatamente, il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica convoca una riunione straordinaria.
Sul tavolo, una decisione che potrebbe sconvolgere l’intero ordine energetico globale: la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Non una minaccia nuova, certo. Ma mai così concreta, mai così carica di conseguenze.
Quel corridoio marittimo di appena 39 chilometri di larghezza – attraverso cui passa ogni giorno circa il 20% del greggio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto – si trasforma nel cuore pulsante del pianeta. E al tempo stesso, nel suo punto più vulnerabile.
La crisi prende forma: tre scenari per un futuro incerto
Scenario 1 – Il colpo d’avvertimento: un blocco parziale per negoziare
Nel primo scenario, il più verosimile secondo diverse fonti diplomatiche, Teheran decide di colpire senza affondare.
Impiega mine, missili antinave e minaccia di chiudere il passaggio, ma lascia un margine di manovra, un filo di speranza.
Si tratta di un’azione dimostrativa, calibrata per fare rumore ma non per distruggere.
L’obiettivo è duplice: da un lato, inviare un messaggio forte agli Stati Uniti e ai loro alleati del Golfo, accusati di complicità nell’aggressione; dall’altro, alzare il prezzo negoziale in un contesto di isolamento crescente.
Le reazioni non si fanno attendere.
Il prezzo del Brent vola oltre i 100 dollari al barile in poche ore, con punte di 120 nei primi giorni. Le assicurazioni marittime esplodono, il traffico navale si riduce e l’Europa – ancora convalescente dalla crisi del gas post-Ucraina – si ritrova di nuovo vulnerabile.
L’Arabia Saudita tenta un aggiramento attivando la Petroline, ma la capacità di trasporto non basta.
Intanto, la Cina – tra i primi importatori di petrolio iraniano – cerca rotte alternative e pressioni diplomatiche. Dopo sette giorni di alta tensione e un’ondata di inflazione energetica globale, Pechino e Mosca riescono a mediare un cessate-il-fuoco provvisorio. Ma la lezione è chiara: Hormuz è un’arma tanto potente quanto instabile.
E il suo solo brandirla basta a scuotere il mondo.
Scenario 2 – La faglia si apre: guerra regionale e shock energetico
Nel secondo scenario, più drammatico ma non impossibile, l’Iran sceglie lo scontro aperto.
In un contesto di escalation continua, con attacchi israeliani moltiplicati e nuove sanzioni statunitensi, Teheran dichiara ufficialmente la chiusura totale dello Stretto. In azione entrano sottomarini, droni kamikaze e missili da crociera.

Contemporaneamente, le milizie filo-iraniane – dagli Houthi in Yemen a Hezbollah in Libano – lanciano offensive coordinate contro impianti petroliferi in Arabia Saudita, Emirati e Bahrein. È la regionalizzazione del conflitto, quella che analisti e diplomatici temono da anni.
I danni sono immediati.
Il flusso di 21 milioni di barili al giorno si interrompe.
Il Brent schizza a 150 dollari e Deutsche Bank lancia l’allarme: in caso di blocco prolungato, si può arrivare a 200. L’Asia orientale va in tilt. Giappone e Corea del Sud restano al buio per carenza di GNL. In Europa, la Germania raziona il gas e rivede i piani industriali.
Le Borse crollano, il dollaro si rafforza come valuta rifugio ma gli Stati Uniti – con la benzina a 5 dollari al gallone – rischiano una recessione politica prima ancora che economica. Il Congresso preme per l’uso della forza. Washington forma una coalizione navale d’emergenza, ma la riapertura completa richiede settimane.
Nel frattempo, Mosca – interessata a mantenere alti i prezzi del greggio – si tiene in bilico: appoggia Teheran diplomaticamente, ma evita l’ingresso diretto. Le Nazioni Unite restano paralizzate. Il Medio Oriente brucia. E mentre la transizione energetica accelera per necessità, il prezzo sarà salatissimo.
Scenario 3 – La minaccia come deterrente: prove di diplomazia
Il terzo scenario, quello più ottimistico, immagina invece un Iran che alza la voce ma evita il gesto estremo. Teheran orchestra esercitazioni navali spettacolari, sequestra per qualche ora una petroliera battente bandiera occidentale e promette “conseguenze devastanti” in caso di nuovi attacchi.
Ma sotto la superficie, muove le pedine della diplomazia.

Il ministro Abbas Araghchi propone negoziati a Istanbul, con Turchia e Qatar come mediatori. Trump, non incline a una guerra aperta nel Golfo in piena campagna elettorale, acconsente. Israele protesta ma si ferma.
L’effetto sui mercati è contenuto: il Brent supera temporaneamente gli 80 dollari, ma si stabilizza sotto i 70 grazie all’intervento dell’OPEC+ e alla calma apparente nel Golfo.
La Cina intensifica gli acquisti di petrolio russo per precauzione, mentre l’Europa respira.
I mercati recuperano e l’oro, bene rifugio, perde quota.
Questo scenario – che fotografa l’Iran come attore razionale e strategico – rinvia lo scontro senza risolverlo.
Il pericolo resta latente, ma la crisi offre un’occasione di rilancio per Pechino come attore stabilizzatore globale. L’Unione Europea, ancora una volta marginale, si limita a dichiarazioni simboliche.
Hormuz come ago della bilancia globale
Tutti e tre gli scenari – pur diversi – ruotano attorno a una verità comune: lo Stretto di Hormuz non è soltanto una via marittima, ma una leva strategica globale. E l’Iran, pur consapevole del rischio autolesionista di una sua chiusura, sa che basta evocarla per riscrivere le regole del gioco.
Come ammonisce Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, “l’energia è oggi il primo vettore geopolitico del mondo”. E il Golfo Persico, epicentro di questo nuovo terremoto, ci ricorda che la pace resta, sempre, una tregua fragile.
Il destino del commercio globale, dell’inflazione, della sicurezza energetica europea e dell’equilibrio tra le potenze passa da una manciata di chilometri tra l’Iran e l’Oman. Basterà la diplomazia a evitare il peggio? O stiamo già scivolando, lentamente ma inesorabilmente, verso un nuovo 1973?
*Presidente Centro Studi Cestudec
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