Di Giuseppe Gagliano*
TEHERAN. Quando lo Stretto di Hormuz si ferma, anche solo per paura, non si blocca una rotta: si blocca un sistema. Le petroliere che si accumulano, le navi Gnl in attesa, gli assicuratori che ritirano le coperture sono il segnale che la crisi è passata dalla dimensione militare a quella strutturale. Non è più una schermaglia regionale: è un test sulla resilienza dell’economia globale.
Secondo la U.S. Energy Information Administration, da Hormuz transita circa un quinto dei consumi mondiali di liquidi petroliferi e una quota analoga del commercio globale di gas naturale liquefatto. Non sono cifre simboliche: sono la misura della dipendenza. Quando quel collo di bottiglia si stringe, il mercato non aspetta la scarsità fisica. Prezza l’incertezza.

Il calcolo iraniano: alzare il costo sistemico
Teheran sa di non poter vincere una guerra convenzionale su larga scala contro una coalizione occidentale. Ma può rendere la vittoria dell’avversario economicamente insostenibile. Non serve affondare una superpetroliera: basta saturare lo spazio con minacce credibili — missili costieri, droni, mine navali, unità veloci dei Pasdaran — per trasformare ogni transito in un azzardo assicurativo.
È la logica della guerra asimmetrica applicata al commercio mondiale. La Repubblica islamica usa Hormuz come moltiplicatore: ogni ora di tensione si traduce in premi di rischio, aumento dei noli, impennata dei futures sul Brent. In altre parole, la leva non è militare ma geoeconomica. Si colpisce il prezzo prima ancora del barile.
Le alternative che non bastano
Esistono bypass: oleodotti verso il Mar Rosso, terminal fuori dallo stretto come Fujairah. Ma la loro capacità non sostituisce i volumi che attraversano quotidianamente Hormuz. Possono alleggerire, non sostituire. E questo significa che, se la crisi si prolunga, l’offerta “disponibile” sul mercato globale si restringe in termini pratici, anche se formalmente i giacimenti continuano a produrre.
Il gas è ancora più sensibile. Il Gnl qatariota, diretto in Asia ed Europa, diventa oggetto di competizione feroce. L’Europa, già segnata dalla crisi energetica post-2022, si ritroverebbe nuovamente esposta alla volatilità. L’Asia orientale, fortemente dipendente dalle importazioni, avrebbe tutto l’interesse a spingere per una de-escalation rapida.
L’effetto domino sui mercati
Mancano poche ore alla riapertura delle Borse. Il primo movimento non sarà nei porti ma nei listini. Se gli operatori percepiscono un blocco prolungato, il prezzo del greggio può salire con violenza, trascinando carburanti, logistica, inflazione. Le banche centrali, già strette tra crescita debole e tensioni sui prezzi, si troverebbero davanti a un nuovo shock da offerta.
L’aumento del carburante è una tassa immediata su famiglie e imprese. E in un contesto politico fragile, ogni rialzo alla pompa si traduce in pressione sui governi. È qui che la mossa iraniana diventa geopolitica pura: non mira solo a Washington, ma a dividere il fronte occidentale, facendo leva sugli interessi divergenti di Europa e Asia.
Il rischio di escalation controllata
La presenza navale occidentale nel Golfo è significativa. Ma scortare ogni nave è impossibile. Creare corridoi di sicurezza richiede tempo e coordinamento. Ogni incidente, anche limitato, può essere interpretato come atto di guerra. Eppure nessuna delle parti sembra desiderare uno scontro totale. La partita è più sottile: alzare la tensione senza oltrepassare la soglia dell’irreversibile.
Conclusione: l’interruttore del sistema
Hormuz non è solo un passaggio marittimo: è l’interruttore del sistema energetico globale. Chi lo controlla, o anche solo chi può minacciarlo, possiede una leva sproporzionata rispetto alla propria potenza economica.
La vera domanda non è se lo stretto sia formalmente chiuso. È per quanto tempo il mondo potrà tollerare un livello di rischio tale da rendere ogni carico un’operazione speculativa. In questo equilibrio instabile, la geopolitica si fonde con la geoeconomia. E ogni ora di incertezza vale miliardi.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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