Khamenei: fonti ufficiali confermano il decesso. Il regime è certamente nella crisi più profonda della sua Storia. Sul suo crollo è però difficile fare ipotesi

Di Fabrizio Scarinci

TEHERAN. Secondo quanto si è avuto modo di apprendere, diverse fonti starebbero confermando, in queste ore, la morte dell’87enne Guida Suprema iraniana Alì Khamenei, il cui corpo sarebbe stato recuperato proprio tra le macerie del suo compound di Teheran, completamente raso al suolo nel corso dei raid condotti oggi (28 febbraio ndr) dalle forze israelo-statunitensi.

La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Khamenei

A quanto pare, le immagini del cadavere sarebbero state visionate sia dal Premier israeliano Benjamin Netanyahu che dal Presidente statunitense Donald Trump.

Appena sicuro dell’avvenuta uccisione, il capo della Casa Bianca ha sottolineato su Truth come la morte della Guida Suprema, da egli definita come una delle persone più malvagie della Storia, renda giustizia non solo al popolo iraniano ma “anche a tutti i grandi americani e a quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali”.

In Iran, invece, i numerosi oppositori reduci dei massacri delle ultime settimane starebbero manifestando già da alcune ore la propria esultanza per le strade di diverse città.

Ciononostante, risulta comunque piuttosto difficile immaginare che tale evento (in ogni caso di grande rilevanza storica) possa davvero portare, di per sé, alla fine del regime.

A tal proposito, non si può, infatti, non notare come, malgrado il dissenso sia particolarmente diffuso anche all’interno delle stesse strutture militari e di intelligence (altrimenti non si spiegherebbe come il Paese pulluli da sempre di spie), il corpo dei Pasdaran risulti ancora molto coeso e assolutamente capace di esercitare un elevatissimo grado di controllo sia sul territorio che sulla popolazione, mentre, per ciò che concerne le Forze Armate, almeno per il momento non sembrerebbe registrarsi nessuna spaccatura in grado di minarne la solidità.

Quanto alle forze di opposizione, invece, esse si sono finora mostrate sostanzialmente incapaci di creare una struttura coesa e unificata attraverso la quale offrire una reale alternativa e sfruttare meglio il dissenso presente negli apparati.

In conseguenza di ciò, un crollo del regime sembrerebbe praticamente impossibile senza un massiccio intervento dall’esterno.

Nondimeno, al fine di raggiungere tale risultato, Washington e Tel Aviv dovrebbero condurre un tipo di azione militare che, almeno a giudicare dalle forze statunitensi finora schierate nella regione, sembrerebbero, di fatto, non aver messo in preventivo.

Salvo improvvisi sconvolgimenti o, se si vuole, colpi di scena, è quindi assai probabile che il regime torni relativamente presto al tavolo dei negoziati con un atteggiamento maggiormente accomodante (se, poi, è questione di giorni, settimane o mesi, ovviamente, non è dato saperlo) e resti in piedi ancora per qualche tempo sotto la guida del successore di Khamenei.

Per la sua caduta, comunque più che probabile, bisognerà, forse, aspettare fino a che i semi piantati da questa ed altre umiliazioni germoglino fino ad oscurare gli interessi di quella parte di popolazione (vertici degli apparati inclusi) che, malgrado tutto, ritiene conveniente mantenere lo status quo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto