Di Giuseppe Gagliano*
ERBIL (IRAQ). Il bombardamento iraniano contro una base dei peshmerga nella provincia di Erbil non è soltanto un episodio militare. È un segnale politico di prima grandezza, rivolto insieme ai curdi iracheni, a Baghdad e soprattutto agli Stati Uniti. Teheran ha scelto di alzare il livello dello scontro in un punto sensibile del mosaico iracheno, dove si incrociano la presenza americana, le ambizioni curde, la pressione delle milizie sciite e la fragilità dello Stato centrale. Colpire lì significa dire che, nella guerra in corso, nessun alleato locale di Washington può considerarsi al riparo.

Il Kurdistan iracheno come cerniera della crisi
La Regione del Kurdistan iracheno occupa da anni una posizione ambigua ma decisiva. È partner degli Stati Uniti, ospita una presenza militare americana rilevante, mantiene rapporti complessi con Baghdad ed è percepita dall’Iran come una possibile piattaforma ostile. In altre parole, è una frontiera politica oltre che geografica. Per Teheran, il sospetto che da quell’area possano transitare operazioni di intelligence, sostegno clandestino ai gruppi curdi iraniani o attività militari indirette basta a trasformare Erbil in un bersaglio strategico.
L’attacco del 24 marzo rompe infatti una soglia. Non siamo più davanti alla sola guerra per procura affidata alle milizie alleate o agli scambi indiretti di colpi. Qui l’Iran si assume apertamente il rischio di colpire un attore formalmente inserito nell’architettura irachena, ma sostanzialmente percepito come parte dell’orbita americana. È una dimostrazione di forza, ma anche di inquietudine: Teheran teme che il fronte curdo possa diventare, in caso di prolungamento del conflitto, una delle vie di penetrazione contro il proprio territorio.

Il doppio messaggio a Washington e a Baghdad
Il primo destinatario del missile iraniano è Washington. Il ragionamento di Teheran appare chiaro: se gli Stati Uniti continuano a colpire le milizie sciite filo-iraniane in Iraq, allora l’Iran è pronto a rendere più costoso il prezzo della presenza americana, estendendo l’instabilità a un’area finora relativamente più protetta. Colpire i peshmerga significa dunque esercitare una pressione indiretta sugli Stati Uniti, mostrando che la loro rete locale di relazioni può essere vulnerabile.
Ma il secondo destinatario è Baghdad. Il governo centrale iracheno si trova ancora una volta schiacciato fra due sovranità concorrenti: quella americana, garantita dalla presenza militare e dall’influenza energetica, e quella iraniana, radicata attraverso le milizie, i partiti e le relazioni politico-religiose. Il premier iracheno non può permettersi di rompere né con Teheran né con Washington. E infatti reagisce con proteste formali, ma senza una vera capacità di deterrenza. È l’ennesima prova che l’Iraq continua a essere un campo di competizione più che uno Stato pienamente sovrano.
La fragilità curda
Per i curdi iracheni la situazione è ancora più insidiosa. Da una parte dipendono dalla protezione americana; dall’altra sanno che Washington non ha mai davvero sostenuto il loro progetto nazionale. Lo si è visto nel referendum del 2017 e lo si vede oggi, nel momento in cui Erbil chiede una copertura militare più netta senza ottenerla. I curdi restano dunque utili ma non indispensabili, alleati ma non garantiti.
Questo è il cuore della loro debolezza strategica. Sono esposti all’ostilità iraniana, alla diffidenza di Baghdad e alla prudenza americana. E in più devono fare i conti con una questione interna cruciale: l’eventuale collasso del controllo iraniano nelle aree curde oltreconfine potrebbe riattivare il dossier del nazionalismo curdo in tutta la regione, con effetti destabilizzanti per Iran, Iraq e Turchia.
Energia, oleodotti e convenienze
Dietro la dimensione militare si intravede chiaramente quella geoeconomica. Washington ha bisogno che l’Iraq continui a immettere petrolio sul mercato per limitare l’impennata dei prezzi energetici provocata dalla guerra. In questo quadro, l’accordo per far transitare più di 250.000 barili al giorno di greggio attraverso il Kurdistan verso la Turchia non è un dettaglio tecnico, ma un tassello di stabilizzazione economica. E spiega anche perché gli Stati Uniti non vogliano spingersi troppo oltre nel sostegno politico a Erbil: rompere con Baghdad significherebbe compromettere un equilibrio petrolifero oggi essenziale.
L’Iran lo sa bene. Per questo il colpo contro i peshmerga ha anche una funzione geoeconomica: ricordare che le infrastrutture, i corridoi energetici e i territori di passaggio non possono essere separati dalla guerra. Chi controlla il Kurdistan iracheno, o almeno ne condiziona le scelte, influisce non solo sugli assetti militari del fronte ma anche sulle rotte del petrolio e sui margini di manovra americani.
Una guerra che allarga il fronte
L’attacco di Erbil dimostra infine che il conflitto non si sta solo intensificando: si sta allargando in profondità. Non riguarda più soltanto i centri nevralgici iraniani o il confronto diretto fra Stati Uniti, Israele e Iran. Coinvolge ora in modo sempre più diretto gli spazi intermedi, le periferie strategiche, le zone cuscinetto. E il Kurdistan iracheno è una di queste.
Teheran ha scelto di mostrare che può colpire non solo dove subisce, ma dove gli avversari si appoggiano. È una logica di pressione multilivello: alzare il costo per il nemico senza arrivare ancora allo scontro frontale totale. Per i curdi iracheni si apre così una stagione ancora più pericolosa, nella quale la loro storica funzione di alleati periferici dell’Occidente rischia di trasformarsi in una condanna geopolitica. Quando le grandi potenze combattono, i territori di frontiera diventano sempre i primi a pagare.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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