La Bulgaria si sfila dal fronte ucraino e apre una crepa nell’Europa della guerra

Di Giuseppe Gagliano*
La Bulgaria non vuole appartenere alla Coalizione dei Volenterosi, il raggruppamento promosso da Francia e Regno Unito per garantire all’Ucraina assistenza militare, finanziaria e futura protezione in caso di cessate il fuoco. Il primo ministro Rumen Radev lo ha dichiarato a Parigi, dove era stato invitato da Emmanuel Macron in occasione della festa nazionale francese: Sofia continuerà a partecipare alle decisioni dell’Unione Europea e della NATO, ma non intende aderire a un organismo che considera orientato al prolungamento della guerra.
Sarebbe tuttavia più corretto parlare di un rifiuto di appartenenza che di un vero ritiro. Radev ha partecipato a Parigi agli appuntamenti diplomatici collegati alla coalizione, ma ha negato che la Bulgaria debba assumere gli impegni politici, finanziari e militari richiesti dal gruppo. La distinzione non è puramente formale: Sofia vuole restare dentro le istituzioni occidentali, conservando però la libertà di sottrarsi alle iniziative più direttamente legate al sostegno bellico a Kiev.
Una veduta notturna di Sofia (foto Alexandr Bormotin su Unsplash)
Il nuovo corso di Radev
La svolta era prevedibile. Eletto alla guida del governo dopo le elezioni legislative dell’aprile 2026, l’ex presidente Radev ha costruito la propria linea politica sulla critica alle sanzioni contro Mosca e sulla convinzione che la guerra non possa essere vinta sul campo. La sua posizione non equivale necessariamente a un’uscita dall’Unione Europea o dalla NATO, ma rappresenta un tentativo di ridefinire l’interesse nazionale bulgaro all’interno dei due organismi.
Il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov aveva già annunciato il 9 giugno la sospensione di nuove cessioni gratuite di armi provenienti dalle riserve delle forze armate. Il governo sostiene di avere esaurito quanto poteva fornire senza compromettere la propria sicurezza. Le vendite commerciali delle imprese bulgare, però, non sono state vietate: ed è qui che la proclamata rottura mostra i propri limiti.
Una fase dell’esercitazione NATO Alliance Wall che è terminata la scorsa settimana in Bulgaria
Munizioni sovietiche e interessi industriali
La Bulgaria non è un alleato marginale. La sua industria produce munizioni compatibili con i sistemi di origine sovietica ancora impiegati in grandi quantità dall’esercito ucraino. Proiettili, armi leggere e componenti bulgari hanno raggiunto Kiev sia direttamente sia attraverso Paesi intermedi, diventando particolarmente importanti nei primi anni del conflitto, quando molti eserciti occidentali non disponevano di materiali adatti alle dotazioni ucraine.
Nel 2024 le esportazioni dirette bulgare di armi e munizioni verso l’Ucraina avrebbero superato i 156 milioni di euro, mentre nel 2025 l’intero comparto nazionale della difesa avrebbe raggiunto esportazioni vicine ai 2,5 miliardi. La guerra ha quindi restituito centralità economica a un settore nato durante il periodo socialista e ridimensionato dopo la fine del Patto di Varsavia.
Radev deve pertanto conciliare due esigenze contraddittorie: soddisfare un elettorato contrario all’invio gratuito di armi e, nello stesso tempo, non danneggiare un’industria che produce occupazione, valuta e crescita. Sofia può interrompere le donazioni governative senza impedire che munizioni bulgare continuino a raggiungere l’Ucraina mediante contratti commerciali, intermediari o programmi europei. La separazione tra aiuto pubblico e vendita privata consente al governo di presentarsi come fautore della pace senza rinunciare ai profitti della guerra.
A rendere ancora più evidente questa ambiguità è l’accordo da circa un miliardo di euro con la tedesca Rheinmetall per la costruzione in Bulgaria di impianti destinati alla produzione di polvere da sparo e proiettili d’artiglieria da 155 millimetri. L’iniziativa, sostenuta anche attraverso strumenti finanziari europei, dovrebbe creare circa mille posti di lavoro e rafforzare la capacità produttiva della NATO. La Bulgaria si sottrae dunque alla coalizione politica per l’Ucraina mentre consolida la propria posizione nella filiera industriale del riarmo europeo.
La cartina della Bulgaria
Una perdita limitata sul piano militare, significativa su quello politico
Dal punto di vista strettamente militare, la decisione bulgara non provoca il crollo del sostegno a Kiev. Francia, Regno Unito, Germania e altri Paesi stanno sviluppando nuovi programmi di difesa contro i missili balistici e preparando una forza multinazionale da impiegare dopo un eventuale cessate il fuoco.
Il valore della scelta di Sofia è soprattutto politico. La Bulgaria dimostra che l’appartenenza alla NATO e all’Unione Europea non produce automaticamente una posizione uniforme sulla guerra. Tra i Paesi dell’Europa orientale esistono interessi differenti, memorie storiche contrastanti, dipendenze economiche e opinioni pubbliche sempre meno disposte ad accettare un conflitto senza scadenza.
Radev non sta portando la Bulgaria nel campo russo. Sta cercando di trasformarla in uno Stato di frontiera capace di commerciare con l’apparato militare occidentale, difendere i propri rapporti con Mosca e negoziare ogni scelta europea in cambio di vantaggi politici ed economici.
La crepa nel progetto franco-britannico
La Coalizione dei Volenterosi nasce dalla constatazione che l’Europa non dispone di una politica estera e militare veramente comune. Per questo Parigi e Londra hanno riunito gli Stati disponibili a fare ciò che l’Unione, nel suo insieme, non riesce a decidere.
Ma proprio la scelta bulgara mostra la fragilità del progetto. Una coalizione fondata sulla volontà politica può allargarsi rapidamente, ma può altrettanto rapidamente perdere membri o scoprire che alcuni partecipanti non sono disposti a trasformare le dichiarazioni in denaro, armi e soldati.
Sofia non cambia da sola l’esito della guerra. Segnala però che, mentre i governi europei proclamano unità, il consenso interno al sostegno illimitato dell’Ucraina si restringe. Ed è questa, più ancora delle munizioni bulgare, la risorsa che Kiev e i suoi alleati rischiano di consumare più velocemente.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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