
Di Cristina Di Silvio e Katiuscia Vella
WASHINGTON D.C. Nel linguaggio delle relazioni internazionali e dei centri di comando, tregua è divenuta una parola che infonde un senso di sollievo anticipato, ma nella realtà operativa dei conflitti contemporanei essa rappresenta più spesso una sospensione tattica delle ostilità che una transizione verso la pace.
Le dinamiche militari e geopolitiche attuali mostrano quanto questa distinzione sia essenziale: nel teatro israeliano palestinese, la prevista riapertura del valico di Rafah oggi, dopo quasi due anni di chiusura totale, non segna una normalizzazione.

Le autorità israeliane hanno implementato checkpoint avanzati per controllare il passaggio fuori dal valico vero e proprio, consentendo transiti limitati per residenti palestinesi sotto controllo securitario e supervisione multilaterale, mentre l’accesso regolare di civili e l’ingresso di aiuti umanitari restano rigidamente limitati.
Questo sviluppo fa parte di un piano più ampio nel quadro del cessate il fuoco e delle proposte di pace mediate dagli Stati Uniti, il cui avanzamento rimane fragile di fronte a continue violazioni e tensioni sul terreno.

La situazione sul campo in Gaza evidenzia la natura intrinsecamente instabile di ogni tregua: violazioni del cessate il fuoco, operazioni militari offensive e attacchi aerei con vittime civili emergono regolarmente, anche in prossimità di fasi negoziali o annunci diplomatici, dimostrando che la sospensione delle ostilità non assicura un percorso lineare verso una pace sostenibile né offre certezze operative alle popolazioni civili intrappolate in conflitti di lunga durata.
Parallelamente, in Europa orientale, il conflitto tra Russia e Ucraina mantiene un profilo di alta intensità e imprevedibilità operativa.
Nonostante i cicli negoziali programmati nelle prossime settimane e il coinvolgimento di Stati Uniti e partner occidentali, le operazioni sul terreno rimangono attive, con bombardamenti mirati e attacchi aerei su infrastrutture civili e militari, confermando l’incertezza dei risultati e la difficoltà di consolidare cessate il fuoco durature.

In Iran, il Parlamento ha reagito alla decisione dell’UE di inserire l’IRGC tra le organizzazioni terroristiche, dichiarando che le forze armate europee sono considerate “terroristiche” ai sensi delle leggi interne.
Contestualmente, l’IRGC Navy ha avviato esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico, con manovre di proiezione di forza e preparazione operativa, aumentando il rischio di escalation regionale e imponendo monitoraggio strategico multilaterale.
In vaste aree dell’Africa, le guerre a bassa intensità mostrano trend analoghi di conflitto prolungato e instabilità sistemica.
Nel Sudan, dopo oltre mille giorni di guerra civile tra esercito regolare e milizie delle Rapid Support Forces, le condizioni umanitarie rimangono catastrofiche, con milioni di persone in insicurezza alimentare estrema e vaste aree trasformate in teatri di combattimento, in particolare nelle regioni di Kordofan e Darfur.
Anche il Sud Sudan evidenzia una traiettoria di conflitto persistente: l’ONU segnala l’escalation di violenza nello Stato di Jonglei, con evacuazioni forzate di civili e sfollamenti massicci che rischiano di vanificare i deboli progressi di pace.
Nel Sahel, la sicurezza regionale è compromessa da una crescente attività di gruppi jihadisti e insurrezionali: l’attacco coordinato all’aeroporto internazionale di Niamey, rivendicato dall’ISIS, ha provocato risposta militare e tensioni ulteriori, evidenziando la difficoltà di contenere conflitti transnazionali tra Stato e non Stato.
Questi contesti multipolari rivelano una caratteristica comune: la proliferazione di conflitti “senza fine” che persistono in forme di instabilità permanente.
L’idea di tregua come preludio sicuro alla pace è messa in discussione dal fatto che, in assenza di condizioni strutturali di sicurezza verificabili e di istituzioni affidabili, le sospensioni delle ostilità diventano spesso spazi di attesa angosciosa, piuttosto che tappe di un processo di stabilizzazione duraturo.
Le società esposte a conflitti prolungati affrontano non solo la violenza, ma anche l’erosione dei tessuti economici sociali e istituzionali: dalla perdita di fiducia nelle strutture di governance alla difficoltà di pianificare un futuro stabile, con impatti che si riflettono sistemicamente oltre i confini dei teatri di guerra.
In questo scenario, la distinzione tra cessate il fuoco e pace non è puramente terminologica: emerge come una necessità analitica e strategica.
La pace strategica richiede non solo la cessazione delle ostilità, ma la costruzione di condizioni verificabili di sicurezza, riconciliazione sociale, governance inclusiva e cooperazione multilaterale sostenibile.
Senza questi elementi, anche le sospensioni di conflitto rischiano di rimanere cicliche, produrre incertezza a lungo termine e lasciare profonde cicatrici nei corpi e nelle menti delle popolazioni direttamente colpite.
Riconoscere questa differenza non è rinunciare alla speranza, ma adottare un approccio realistico e operativo capace di guidare politiche efficaci di stabilizzazione e prevenzione dei conflitti su scala globale.
ENGLISH VERSION
Ceasefire Is Not Peace
By Cristina Di Silvio and Katiuscia Vella
WASHINGTON D.C. The word ceasefire has become a frequent term in strategic briefings and geopolitical analysis, often conveying a sense of immediate relief, but in operational reality it remains more often a tactical suspension of hostilities than a transition to sustainable peace.
In the Israeli-Palestinian theater, the reopening of the Rafah border crossing today, after nearly two years of closure, is operationally limited. Israeli forces have established advanced checkpoints outside the official crossing, allowing only Palestinian residents under strict security screening and EU coordination to transit, while civilian traffic and humanitarian aid remain highly restricted.
This reopening forms part of a broader US-mediated ceasefire and peace framework, but progress remains fragile amid continued violations and tension on the ground. In Gaza, violations of the ceasefire, offensive operations, and airstrikes with civilian casualties continue regularly, even near diplomatic or negotiation announcements, showing that suspension of hostilities does not ensure a linear path to sustainable peace nor operational certainty for affected populations.
In Eastern Europe, the Russia-Ukraine conflict remains highly intense and operationally unpredictable.
Negotiation cycles continue with US and Western involvement, but ground operations remain active, with targeted bombardments and airstrikes on civilian and military infrastructure, highlighting the difficulty of consolidating durable ceasefires. In Iran, Parliament responded to the EU designation of the IRGC as a terrorist organization, declaring European forces “terrorist” under domestic law. Concurrently, the IRGC Navy launched exercises in the Strait of Hormuz and the Persian Gulf, demonstrating force projection and operational preparedness, increasing regional escalation risks and requiring multilateral monitoring.

Across Africa, low-intensity conflicts show similar dynamics.
In Sudan, over a thousand days of civil war between the army and Rapid Support Forces militias have caused extreme food insecurity and critical infrastructure damage. In South Sudan, the escalation in Jonglei has led to mass displacement, while in the Sahel, the coordinated attack on Niamey international airport, claimed by ISIS, demonstrates the challenges of containing cross-border state and non-state conflicts.
These multipolar contexts reveal a common feature: the proliferation of “endless” conflicts, where ceasefire often becomes a period of high-risk strategic waiting rather than a step toward stabilization. In the absence of verifiable security, robust institutions, and multilateral coordination, suspensions of hostilities leave long-term uncertainty and deep scars on affected populations. Distinguishing tactical ceasefire from strategic peace is not semantic: strategic peace requires verifiable security, inclusive governance, social reconciliation, and sustainable multilateral cooperation. Recognizing this difference is a pragmatic, operational imperative, essential to guide conflict prevention, stabilization, and risk management policies globally.
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