Patriot vuoti e diplomazia sospesa: l’Ucraina davanti al vantaggio balistico russo

Di Giuseppe Gagliano*
KIEV. La guerra in Ucraina, ormai entrata nel suo quinto anno, si concentra sempre più su un punto decisivo: il controllo del cielo. Non il dominio aereo classico, fatto di caccia e bombardieri, ma la capacità di intercettare missili balistici, droni, vettori a lungo raggio, sciami di ordigni che consumano lentamente le difese e la tenuta psicologica di un Paese.
Volodymyr Zelensky lo ha detto con chiarezza rivolgendosi a Donald Trump e al Congresso degli Stati Uniti: l’Ucraina ha bisogno di sistemi di difesa aerea e, soprattutto, di missili intercettori. Le batterie Patriot, da sole, non bastano se restano senza munizioni. L’immagine scelta dal presidente ucraino è efficace: non c’è quasi nulla di più doloroso, per una nazione sotto attacco, che vedere sistemi Patriot schierati ma privi di missili caricati.
Il problema è militare, ma anche politico ed economico. L’Ucraina afferma di essere pronta ad acquistare tutti i sistemi Patriot e gli intercettori necessari. Tuttavia, l’offerta industriale occidentale non corre alla velocità della guerra. Il programma della Nato finanziato dagli alleati europei ha consentito a Kiev di ricevere armamenti, ma secondo Zelensky il ritmo non è più adeguato alla minaccia. Mosca ha aumentato la pressione, mentre le scorte occidentali sono sottoposte a tensioni crescenti anche per altri teatri di crisi, a partire dal Medio Oriente.
Il vantaggio balistico di Mosca
Il punto centrale è che, secondo Kiev, i missili balistici rappresentano ormai l’ultimo grande vantaggio convenzionale della Russia. In altre parole, se l’Ucraina riesce a ridurre o neutralizzare questa superiorità, Mosca perde uno degli strumenti più efficaci per colpire infrastrutture, centri urbani, nodi logistici e obiettivi psicologici.
Nell’attacco massiccio del 24 maggio, la Russia avrebbe lanciato trenta missili balistici contro l’Ucraina. Solo undici sarebbero stati abbattuti. Il dato, se confermato, misura la difficoltà reale della difesa ucraina: non si tratta più soltanto di resistere al volume degli attacchi, ma di affrontare vettori più rapidi, più difficili da intercettare e più costosi da neutralizzare.
Ancora più significativo è il riferimento ai missili Oreshnik, vettori balistici a medio raggio teoricamente capaci di trasportare testate nucleari. Zelensky ha sostenuto che due missili di questo tipo sarebbero stati lanciati nel corso dell’attacco: uno avrebbe colpito la regione di Kiev, mentre un altro sarebbe caduto in territorio occupato nella regione di Donetsk. Qui la dimensione militare si intreccia con quella strategica. L’impiego o anche solo la minaccia di vettori a capacità nucleare serve a Mosca per ricordare all’Occidente che il conflitto ucraino resta collocato dentro un quadro di deterrenza molto più ampio.
Il C-500 ICBM russo per il lancio di missili da crociera
La logica economica della guerra d’attrito
La difesa aerea è una delle forme più costose della guerra moderna. Ogni missile intercettore vale cifre enormi, ogni batteria richiede manutenzione, addestramento, ricambi, protezione e una catena logistica continua. La Russia può saturare le difese ucraine con combinazioni di droni, missili da crociera e missili balistici, costringendo Kiev a scegliere cosa difendere e cosa rischiare di perdere.
Questo meccanismo produce una guerra economica parallela. Mosca cerca di logorare non solo l’esercito ucraino, ma anche l’industria occidentale della difesa, le scorte della Nato, la volontà politica dei governi europei e americani. L’Ucraina, dal canto suo, tenta di trasformare il sostegno occidentale in una garanzia di sopravvivenza nazionale. Non chiede più soltanto aiuti: propone acquisti, contratti, programmi di fornitura, un legame sempre più stretto tra difesa ucraina e apparato industriale occidentale.
Ma qui emerge la contraddizione dell’Occidente. Sul piano politico si dichiara il sostegno a Kiev. Sul piano industriale, però, la capacità produttiva resta spesso insufficiente. I tempi della guerra sono immediati, quelli della produzione militare sono lunghi. E questo divario diventa un vantaggio per la Russia.
Trump, l’Europa e il timore del disimpegno americano
La richiesta di Zelensky a Trump non è solo tecnica. È un messaggio politico. Kiev teme che Washington possa ridurre il proprio coinvolgimento, soprattutto in una fase in cui gli Stati Uniti sono impegnati anche nella crisi con l’Iran. Se l’attenzione americana si sposta altrove, l’Ucraina rischia di trovarsi esposta proprio nel momento in cui Mosca aumenta la pressione.
Per questo Zelensky chiede un ruolo più incisivo dell’Europa. Non perché l’Europa abbia oggi una capacità militare autonoma paragonabile a quella americana, ma perché la presenza europea nei negoziati e nei meccanismi di sostegno serve a impedire che il dossier ucraino venga deciso esclusivamente tra Washington e Mosca.
La riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea a Cipro si inserisce in questo quadro. L’Europa discute se, come e quando prepararsi a eventuali colloqui con la Russia. Dal febbraio 2022, la linea dominante è stata l’isolamento diplomatico di Mosca, accompagnato da sanzioni e sostegno militare a Kiev. Ma dopo anni di guerra, alcuni governi ritengono necessario almeno preparare una strategia negoziale.
Il problema è che non esiste una posizione europea unitaria. Alcuni Paesi, soprattutto quelli più esposti sul fianco orientale, temono che il dialogo con Mosca venga interpretato come debolezza. Altri pensano che l’Europa debba comunque prepararsi al momento in cui la diplomazia diventerà inevitabile. In mezzo resta una domanda decisiva: negoziare da quale posizione di forza?
F-16 con le insegne dell’Aeronautica militare ucraina
Le condizioni europee e la questione russa
Kaja Kallas intende porre al centro della discussione le richieste europee alla Russia: cessate il fuoco, ritiro o fine della presenza militare russa in Paesi come Moldavia e Georgia, cessazione delle attività informatiche, dell’uso dei droni e della disinformazione contro l’Europa. È una piattaforma ambiziosa, perché sposta il tema oltre l’Ucraina. Non si tratta soltanto di chiudere una guerra, ma di ridefinire l’intero rapporto di sicurezza tra Europa e Russia.
Mosca, dal canto suo, dichiara che Putin è aperto ai negoziati con l’Europa. Ma l’apertura formale non equivale a una disponibilità reale. I diplomatici europei e ucraini sottolineano che non vi sono segnali concreti di un cambiamento della posizione russa. Anche il tentativo francese di sondare Mosca, attraverso l’invio di un consigliere diplomatico di Emmanuel Macron, non avrebbe prodotto risultati significativi.
La proposta russa di affidare un eventuale ruolo di mediazione all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder è stata respinta dai governi europei. La ragione è evidente: Schröder, per i suoi rapporti personali e politici con Putin, non può essere considerato una figura neutrale. La sua eventuale presenza avrebbe rappresentato più un segnale favorevole a Mosca che una garanzia per l’Europa.
La guerra come prova di sovranità europea
La vicenda mostra ancora una volta il dilemma strategico dell’Unione Europea. L’Europa vuole contare, ma dipende dagli Stati Uniti per gli strumenti decisivi. Vuole parlare di autonomia strategica, ma non dispone ancora di una difesa comune realmente operativa. Vuole sostenere Kiev, ma fatica a coordinare produzione industriale, volontà politica e capacità militare.
L’Ucraina chiede difese aeree perché sa che il fronte non si regge solo nelle trincee. Si regge nelle città, nelle centrali elettriche, nei depositi, nelle infrastrutture ferroviarie, nei cieli sopra Kiev. Se la Russia conserva il vantaggio balistico, può continuare a colpire il retroterra ucraino e a imporre alla popolazione un logoramento permanente.
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha sostenuto che i colloqui con Mosca dovrebbero iniziare solo quando Kiev sarà in una posizione di forza. È una formula ragionevole, ma difficile da tradurre in pratica. Perché la forza ucraina dipende ormai dalla continuità degli aiuti occidentali, dalla velocità dell’industria militare europea e americana, dalla disponibilità politica di Washington e dalla capacità dell’Europa di non dividersi.
Lo scenario geopolitico
La guerra in Ucraina non è più soltanto una guerra territoriale. È una guerra sul futuro dell’ordine europeo. Se Mosca riuscisse a imporre una soluzione partendo da una posizione di vantaggio militare, il messaggio sarebbe chiaro: la pressione armata paga. Se invece Kiev riuscisse a resistere e a ridurre il vantaggio balistico russo, la diplomazia potrebbe aprirsi su basi diverse.
Per questo i Patriot non sono solo sistemi d’arma. Sono il simbolo di una scelta strategica. Decidere se rifornirli, aumentarli, integrarli in una rete più ampia significa decidere quanto l’Occidente è disposto a investire nella sopravvivenza dell’Ucraina e nella propria credibilità.
Mosca punta sul tempo, sulla stanchezza occidentale, sulla frammentazione europea e sulle priorità concorrenti degli Stati Uniti. Kiev punta sulla resistenza, sulla capacità di colpire il costo politico della guerra per Putin e sulla convinzione che, senza un’Ucraina forte, nessun negoziato sarà davvero negoziato.
La partita, dunque, non si gioca soltanto fra missili e intercettori. Si gioca tra due tempi diversi: quello rapido della distruzione e quello lento della decisione politica. E oggi il rischio maggiore per l’Ucraina non è solo che Mosca lanci altri missili. È che l’Occidente discuta troppo a lungo mentre le batterie Patriot restano senza colpi.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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