Regno Unito: Variante “inglese”, la letteratura scientifica informa che questo non è il primo ceppo mutante apparso del Covid

Di Pierpaolo Piras*

Londra. Ultimamente il primo ministro inglese, Boris Johnson, ha deliberato l’inasprimento delle misure restrittive sociali, esteso a tutto il periodo natalizio, sulla base dell’aggravamento dei dati riguardanti l’entità dei contagi nel Regno Unito.

il premier britannico Boris Johnson

L’aggravio delle misure è stato dettato anche dal reperto epidemiologico di  un nuovo ceppo del SARS-Covid-19, a Londra e nel territorio esteso a Sud e Sud-Est dell’Inghilterra.

Subito valutato nei prestigiosi laboratori governativi del Centro tecnologico  di Porton Down (Salisbury) e passato al vaglio del gruppo dei consulenti del Governo britannico, questo nuovo ceppo ha dimostrato una maggiore diffusività, pari a circa il 75% in più rispetto al virus precedente.

Un’immagine simbolo della variante inglese del COVID-19

Il significato è chiaro : le infezioni a sua eziologia si verificano più facilmente e, pertanto, più rapidamente.

Ci dobbiamo preoccupare ?

No, infatti, nonostante alcune voci attribuibili alla stampa allarmistica, non vi è al momento alcuna prova scientifica che tale variante produca sintomi più gravi di questa malattia oppure una mortalità più elevata.

Dai primi dati ufficiali, fino al 80% dei nuovi contagi registrati nella città di Londra  corrisponde alla nuova variante, diventata, dunque, la forma dominante.

Una disamina della letteratura internazionale dimostra, tra l’altro, che questo non è il primo ceppo mutante apparso del Covid.

Nel mese di novembre scorso , il Governo della Danimarca ha ordinato l’immediato abbattimento di alcuni milioni di visoni d’allevamento, dopo  aver verificato la selezione di una variante virale e la sua possibilità di trasmissione agli esseri umani.

Un’immagine della molecola vaccinica

Quest’ultima variante (SARS-COVID-CoV-2) è stata poi riconosciuta come portatrice di ulteriori quattro mutazioni, specificamente riguardanti la cosiddetta “Proteina S” , essenziale perché l’infezione virale possa avvenire e che costituisce uno degli obbiettivi dei vaccini attualmente utilizzati o in via d’approvazione.

Finora, non è stato ancora possibile dimostrare che questi nuovi ceppi siano più contagiosi o infettivi di quelli già rilevati.

La Medicina consolidata è al corrente da tanto tempo che i virus, tra i loro habitus biologici, presentano mutazioni frequenti ai fini della propria sopravvivenza e per diventare più infettivi.

Non deve, quindi, sorprendere che sia solo una questione di tempo la sua diffusibilità in altri territori o nazioni.

I virus (come anche i batteri e altri microrganismi) mutano costantemente: solo sui virus SARS-Covid-19, finora,  gli scienziati del Governo britannico hanno scoperto che ci sono 17 mutazioni relative al codice genetico del virus che, dai primi risultati della ricerca, sembrano rendere più contagioso questo ceppo appena scoperto.

Secondo i ricercatori, i cambiamenti sulla superficie del virus faciliterebbe l’adesione fisica del virus alla cellula da parassitare, quale premessa  all’ingresso (infezione) dello stesso all’interno della cellula respiratoria.

Oggi, tuttavia, non ci sono ancora le prove che il nuovo virus sia più o meno pericoloso in termini di capacità (virulenza) di provocare malattie.

Solo la metà delle 17 mutazioni rilevate sono nella proteina S , quella che il virus utilizza per entrare nelle cellule umane

Da un punto di vista clinico, per scoprirne la malignità dovremo aspettare e rilevare se gli eventuali ricoveri e i decessi aumenteranno oppure diminuiranno, delineando nei dettagli i numerosi elementi patologici che delineano le caratteristiche cliniche della malattia infettiva in tutti i Pazienti coinvolti.

In attesa di nuovi test, la comunità scientifica rimane fiduciosa che i vaccini saranno efficaci anche nei confronti di  questa nuova forma di virus.

Questa è un’altra delle ragioni che giustificano la necessità di praticare la vaccinazione nel più breve tempo possibile.

A tale scopo, è di oggi il provvedimento di estendere l’intervallo di tempo intercorrente tra la prima e la seconda somministrazione.

Solo così sarà possibile da subito fronteggiare la notevole diffusibilità del mutante Cov.2, destinando più operatori sanitari alla somministrazione della prima inoculazione vaccinica.

Strade deserte nella capitale britannica

Ultimamente, dopo che il virus mutato ha già raggiunto 14 Paesi del Continente e altri 10 nel resto del mondo, ulteriore chiarezza giunge dal rapporto sui rischi pubblicato di recente dal Centro Europeo per il Controllo e la Prevenzione delle malattie (ECDC) che avverte che il pericolo di una maggiore pressione sui sistemi sanitari nelle prossime settimane è alto nei paesi europei.

Secondo l’ECDC, i Paesi europei che hanno rilevato casi della nuova variante sono la Danimarca (46); Portogallo (21); Italia (14); Islanda (13); Paesi Bassi (11); Spagna (9, anche se, mercoledì scorso, sono stati confermati nuovi casi che portano il numero di contagiati ad almeno 14); Irlanda (7); Belgio (4); Finlandia, Norvegia, Svizzera e Germania (2 casi ciascuno); e Francia e Svezia (uno per Paese).

La mutazione virale di cui si parla riguarda il “Genoma”, ovvero la successione di una lunga catena di “nucleotidi” che trasportano le informazioni genetiche di tutti gli organismi viventi, costituendo il materiale genetico di cui sono fatti i cromosomi.

Il materiale genetico è rappresentato, chimicamente e fondamentalmente, dalle macromolecole del DNA (acido desossiribonucleico) e del RNA (acido ribonucleico).

Sulla necessità, anche su questo argomento, di praticare la vaccinazione anti-Covid non ci si più dubbi.

Tuttavia la prima strada da praticare è la concretezza in questo intento nella quale l’Italia si trova fortemente indietro , come viene chiaramente espresso dal grafico che segue:

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*Specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia Cervico-Facciale

 

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