Di Giuseppe Gagliano*
NIAMEY (NIGER). L’attacco alla base militare vicino all’aeroporto internazionale di Niamey (Niger) è durato mezz’ora, ma il suo effetto politico è destinato a durare molto di più.
La giunta militare del Paese ha trasformato l’episodio in un atto d’accusa contro avversari esterni: Emmanuel Macron, Patrice Talon e Alassane Ouattara vengono indicati come sponsor della destabilizzazione, mentre arrivano ringraziamenti pubblici ai “partner russi” per aver contribuito a respingere l’assalto. È una narrazione netta, costruita per un pubblico interno e regionale: noi siamo assediati, loro complottano, Mosca ci protegge.

Poi però arriva la rivendicazione dello Stato Islamico, e la scena cambia.
Non perché cancelli la dimensione geopolitica, ma perché la rende più insidiosa: se l’attacco è jihadista, la giunta può comunque usarlo come prova di un “retroterra” esterno; se invece fosse davvero un’azione sponsorizzata, la rivendicazione jihadista diventa una copertura perfetta.
Nel Sahel, la verità operativa e la verità politica raramente coincidono: la prima riguarda chi ha sparato, la seconda riguarda chi può trarre vantaggio dal racconto.
Valutazione militare: obiettivo simbolico, esecuzione rapida. Aeroporto, munizioni, aerei civili: colpire il nodo logistico e psicologico
Colpire l’area dell’aeroporto significa puntare al cuore logistico e simbolico della capitale: infrastrutture, munizioni, collegamenti, percezione di controllo.
La risposta “aerea e terrestre” descritta dal ministero della Difesa, con un numero elevato di assalitori uccisi e pochi feriti tra i militari, suggerisce due cose: da un lato una difesa che ha reagito in modo massiccio e immediato; dall’altro un assalto concepito più per provocare danni e panico che per occupare terreno.

I dettagli contano: difese aeree attivate contro munizioni non identificate, colpi scambiati, voli deviati, sicurezza pesante attorno allo scalo.
È esattamente il tipo di azione che, anche se fallisce tatticamente, riesce strategicamente: mostra che puoi arrivare vicino al centro e far tremare la città.
Nel Sahel la guerra è spesso questo: attacchi brevi, alta risonanza, basso controllo del territorio.
Geopolitica: la giunta militare costruisce il nemico esterno. Dal post-colpo di Stato alla rottura con Parigi: la legittimità passa dalla minaccia
Il Generale Abdourahamane Tiani guida il Paese dal colpo di Stato del luglio 2023 e ha bisogno di una legittimazione permanente.
La sicurezza è la più potente.
Accusare Parigi e i “proxy” regionali serve a cementare l’idea di sovranità assediata: una giunta non governa “nonostante” l’emergenza, governa “grazie” all’emergenza. La frase muscolare (“ci hanno sentiti abbaiare…”) è parte di questo copione: deterrenza verbale, identità nazionale, nemico nominato.
Dentro questa dinamica, i ringraziamenti ai russi non sono una parentesi: sono una dichiarazione di campo.
La giunta segnala che la protezione non passa più dall’Occidente ma da Mosca, e che il patto è concreto: uomini, addestramento, presenza, e soprattutto un ombrello politico che protegge dalle critiche su diritti e governance.
L’uranio come nervo scoperto. Attacco, nazionalizzazioni, contenzioso con la Francia: la risorsa diventa bersaglio implicito
Qui entra la parte più delicata: il Niger non è solo un fronte antiterrorismo, è un Paese-chiave per l’uranio.

La notizia della grande spedizione bloccata all’aeroporto, legata a complicazioni legali e diplomatiche dopo la nazionalizzazione delle miniere, illumina un movente strutturale: quando una risorsa strategica entra in contenzioso, ogni crisi di sicurezza può diventare un messaggio economico.
Anche se la spedizione non è stata colpita, il solo fatto che la questione sia menzionata dice che l’aeroporto non è un luogo qualunque: è un crocevia di sovranità, commercio, pressioni internazionali. In Sahel, la guerra si intreccia sempre con le rendite: chi controlla le miniere, chi controlla le rotte, chi controlla i contratti.
E più la giunta stringe sulla risorsa, più aumenta la probabilità che la risorsa diventi parte del conflitto, direttamente o indirettamente.
Scenario regionale: AES, confini porosi e “guerra di sistema”. Tra Alleanza degli Stati del Sahel e vicini costieri, la sicurezza si regionalizza
Il Niger è agganciato ai vicini del Sahel, Mali e Burkina Faso, in una alleanza che è insieme politica e difensiva.
Ma la minaccia jihadista viaggia su spazi desertici e confini porosi, e quindi la risposta diventa inevitabilmente regionale: accuse ai Paesi costieri, tensioni diplomatiche, ritorsioni economiche, chiusure e aperture di frontiere.
È il classico scivolamento dalla “lotta al terrorismo” alla “guerra di sistema”, dove ogni attore attribuisce all’altro una regia e ogni incidente diventa pretesto per consolidare blocchi.
La rivendicazione dello Stato Islamico non chiude il caso: lo apre.
Perché costringe tutti a scegliere quale verità conviene sostenere. E nel Sahel la convenienza politica spesso pesa più del dossier investigativo.
Conclusione: il Sahel come laboratorio della nuova conflittualità
Un attacco breve, un effetto lungo: sicurezza, sovranità e risorse nella stessa miccia.

L’assalto a Niamey mostra una lezione amara: la minaccia jihadista non è solo un problema militare; è una materia prima politica. Le giunte la usano per legittimarsi, gli attori esterni la usano per negoziare influenza, le risorse strategiche la rendono ancora più esplosiva.
In questo quadro, le accuse del Niger a Francia, Benin e Costa d’Avorio funzionano a prescindere dalla prova: servono a fissare il campo di gioco e a dire al Paese chi è il nemico e chi è il protettore.
E quando la sicurezza diventa identità, ogni attacco, anche respinto, diventa vittoria narrativa.
È così che il Sahel resta instabile: non perché manchino gli eserciti, ma perché la politica si nutre dell’emergenza.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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