Di Giuseppe Gagliano
WASHINGTON D.C. Nel cuore della Guerra Fredda, quando il mondo sembrava vivere in bilico tra pace precaria e distruzione totale, venivano concepiti piani che ancora oggi ci lasciano attoniti per la loro audacia e cinismo.
Uno di questi è l’Operazione Northwoods, un documento declassificato nel 2001 che getta nuove ombre non solo sul ruolo del Pentagono nella strategia contro Cuba, ma anche sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

L’ipotesi che il “Deep State” possa aver avuto un ruolo in quella tragedia non è più solo una speculazione di pochi, ma una domanda che interpella tutti.
Siamo nel 1962. Gli Stati Uniti sono ossessionati dall’idea di neutralizzare Fidel Castro, il leader rivoluzionario che ha trasformato Cuba in una spina nel fianco di Washington.

L’amministrazione Eisenhower aveva già avviato i primi piani di destabilizzazione, ma fu sotto la presidenza di Kennedy che questi progetti presero una piega drammatica.

L’invasione della Baia dei Porci, un disastro militare e politico per gli Stati Uniti, aveva ulteriormente isolato Cuba e messo in difficoltà l’amministrazione JFK.

In risposta, i capi di Stato Maggiore Congiunti idearono l’Operazione Northwoods, un piano segreto per giustificare un intervento militare diretto contro l’isola.
Northwoods non era un semplice piano strategico: era un manifesto del terrore istituzionalizzato.
Tra le proposte più scioccanti, spiccano attacchi simulati contro basi militari americane, attribuiti ad agenti cubani per giustificare una reazione; l’affondamento di una nave americana nella baia di Guantanamo, con falsi funerali per mobilitare l’opinione pubblica; sabotaggi e attentati a Miami e in altre città della Florida, per creare un’atmosfera di paura e indignazione nazionale.
La spregiudicatezza del piano non risparmiava nulla e nessuno: Northwoods prevedeva perfino l’uso di vittime civili innocenti come strumento per manipolare il consenso.
Quando il piano fu presentato, Kennedy lo respinse categoricamente.
Per il giovane Presidente, già alle prese con le conseguenze del fallimento alla Baia dei Porci, il ricorso a un inganno così crudele era inaccettabile.
Ma il rifiuto di JFK non fu privo di conseguenze. Tra i vertici militari e dell’intelligence serpeggiava un malcontento crescente nei confronti del Presidente, percepito come troppo “morbido” nei confronti dell’Unione Sovietica e di Cuba.
Un malcontento che, per molti, culminò nell’omicidio del 22 novembre 1963 a Dallas.

La connessione tra Northwoods e l’assassinio di JFK non è mai stata provata, ma le coincidenze e i dubbi sono difficili da ignorare.
La figura di Lee Harvey Oswald, l’apparente assassino solitario, rimane avvolta nel mistero, così come il ruolo di una presunta rete di potere invisibile, spesso definita “Deep State”.
Il concetto di “Deep State” evoca un governo parallelo, fatto di militari, agenti dell’intelligence e potenti burocrati, capace di influenzare la politica nazionale al di là della volontà del presidente eletto.
Per alcuni, JFK rappresentava una minaccia per questo establishment, con il suo rifiuto di operazioni segrete come Northwoods e la sua volontà di dialogare con Mosca.
Negli ultimi anni, il Presidente Donald Trump ha promesso di declassificare tutti i documenti legati all’assassinio di JFK.
Anche se molti di questi documenti sono stati rilasciati, restano ancora segreti centinaia di pagine che potrebbero contenere informazioni cruciali. La domanda è inevitabile: cosa c’è ancora da nascondere, più di 60 anni dopo? Se da un lato l’apertura di questi archivi potrebbe gettare luce su uno dei capitoli più bui della storia americana, dall’altro rischia di rivelare verità scomode sulle operazioni clandestine della Guerra Fredda e sul ruolo del Pentagono.
L’Operazione Northwoods è un promemoria inquietante di come il potere, quando svincolato da un controllo democratico reale, possa concepire atti di straordinaria crudeltà.
Mentre il dibattito sull’assassinio di JFK e sul “Deep State” continua, emerge una domanda più grande: siamo veramente al sicuro da un sistema che, pur di perseguire i propri obiettivi, è disposto a sacrificare i principi stessi su cui si fonda la democrazia?
La storia non si riscrive, ma può insegnare. Sta a noi, oggi, evitare che l’ombra di quel passato torni ad oscurare il presente
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