Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C.. Oggi, gli ultimi 2.500 militari statunitensi lasciano l’Iraq.
Il giorno successivo Baghdad celebrerà la ritrovata sovranità nazionale. È una conclusione carica di simboli: termina una presenza iniziata con l’invasione del 2003, proseguita attraverso il rovesciamento di Saddam Hussein, il ritiro del 2011 e il ritorno nel 2014 per combattere lo Stato islamico.

Washington se ne va dopo aver perduto circa 4.500 soldati, speso migliaia di miliardi di dollari e trasformato profondamente l’equilibrio del Medio Oriente.
La contraddizione finale è evidente: gli Stati Uniti entrarono in Iraq per ridisegnare la regione secondo i propri interessi e ne escono lasciando un Paese nel quale l’Iran dispone di un’influenza politica, militare e religiosa molto maggiore rispetto al 2003.
La caduta di Saddam eliminò infatti il principale argine arabo alla potenza iraniana.
La maggioranza sciita irachena, a lungo marginalizzata dal regime, conquistò il centro dello Stato, mentre numerosi partiti e formazioni armate legati a Teheran divennero protagonisti della nuova architettura politica.
L’Iran non conquistò l’Iraq con un’invasione: ne occupò gradualmente gli spazi lasciati vuoti dalla distruzione del precedente ordinamento.
Una vittoria iraniana solo apparente
Le formazioni riunite nella Resistenza islamica in Iraq presentano il ritiro come una sconfitta storica del progetto americano. La lettura contiene una parte di verità, ma anche una notevole dose di propaganda.

Gli Stati Uniti rinunciano alla presenza militare diretta, non necessariamente all’influenza.
Washington conserva strumenti economici, finanziari e diplomatici considerevoli. Il sistema bancario iracheno dipende ancora dai circuiti internazionali dominati dagli Stati Uniti; una parte importante delle entrate petrolifere passa attraverso meccanismi sottoposti alla loro vigilanza.
Baghdad necessita di tecnologia, investimenti e accesso ai mercati occidentali.
La relazione cambia forma. Dalla presenza delle truppe si passa alla pressione finanziaria, alla cooperazione energetica, alla vendita di armamenti e alla gestione degli equilibri monetari.
È un potere meno visibile delle basi militari, ma non necessariamente meno efficace.
Anche l’Iran deve evitare di confondere il ritiro americano con una libertà d’azione illimitata.
Un Iraq interamente assorbito nella sfera iraniana rischierebbe di diventare economicamente isolato, di perdere investimenti e di riaccendere le tensioni tra sciiti, sunniti e curdi. Teheran ha bisogno di un Iraq amico, non di uno Stato fallito da mantenere.
Il vuoto militare e il rischio dello Stato islamico
Sul piano strategico, la questione decisiva riguarda le capacità che gli Stati Uniti portano via con sé: ricognizione, sorveglianza aerea, sostegno logistico, difesa contro missili e velivoli senza pilota, coordinamento delle operazioni e raccolta delle informazioni.
L’Esercito iracheno possiede reparti più preparati rispetto al 2014, ma rimane condizionato dalla frammentazione del potere. Accanto alle forze regolari agiscono le unità di mobilitazione popolare, le formazioni curde e numerose milizie con catene di comando autonome.
Il problema, quindi, non è soltanto quantitativo. È politico: chi controlla realmente le armi?
Lo Stato islamico non dispone più della capacità di occupare apertamente grandi città come Mosul, ma conserva cellule clandestine, reti logistiche e possibilità di movimento nelle aree rurali e nelle zone contese tra Baghdad e il governo curdo. Non deve riconquistare un territorio per destabilizzare il Paese: sono sufficienti attentati, imboscate, omicidi mirati e operazioni contro infrastrutture energetiche.
La rimozione dei sistemi americani di difesa aerea da Erbil aumenta inoltre la vulnerabilità del Kurdistan iracheno, stretto tra le pressioni delle milizie filo-iraniane, gli attacchi di Teheran contro l’opposizione curdo-iraniana e le tensioni mai risolte con il Governo centrale.

Le milizie, vero Stato dentro lo Stato
Baghdad ha rinviato al 30 giugno 2027 il disarmo e l’integrazione delle formazioni armate.
Il rinvio dimostra quanto sia difficile tradurre la sovranità proclamata in monopolio effettivo della forza.
Le organizzazioni più radicali, tra cui le Brigate di Hezbollah, il Movimento dei nobili e le Brigate del Signore dei Martiri, non sembrano intenzionate a consegnare le armi. Il periodo di tregua concordato serve a evitare attacchi durante il ritiro, ma non risolve la questione fondamentale: queste formazioni obbediranno allo Stato iracheno oppure continueranno a rispondere a interessi politici e strategici esterni?
Se Baghdad non riuscirà a imporre una catena di comando nazionale, il ritiro americano rischierà di sostituire una sovranità limitata dalla presenza straniera con una sovranità limitata dalle milizie.
Petrolio, investimenti e nuovi equilibri
L’Iraq possiede immense riserve energetiche, ma dipende ancora dalle importazioni di gas ed elettricità iraniane e soffre per infrastrutture insufficienti, corruzione e disoccupazione giovanile.
La sfida economica consiste nel trasformare le rendite petrolifere in capacità industriale, produzione elettrica, trasporti e lavoro.
Cina, Turchia, Iran e monarchie del Golfo cercheranno di ampliare la propria presenza.
Pechino è interessata al petrolio e alle infrastrutture; Ankara guarda alle vie commerciali, alle risorse idriche e al Kurdistan; Teheran vuole conservare la propria profondità strategica; Arabia Saudita ed Emirati intendono impedire che l’Iraq diventi un’appendice iraniana.
Il Paese torna così a essere ciò che la geografia gli impone: una cerniera contesa tra il mondo arabo, l’altopiano iraniano, la Turchia e il Golfo Persico.
La partenza americana conclude una fase, ma non inaugura necessariamente la pace.
Domani, l’Iraq potrà celebrare l’indipendenza dalle truppe straniere. La vera indipendenza comincerà soltanto quando Baghdad sarà capace di controllare tutte le armi presenti sul proprio territorio, difendere i propri confini e decidere senza tutori come utilizzare la ricchezza petrolifera.
È una meta ancora lontana.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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