Stretto di Hormuz: il giorno in cui il Golfo ha detto no. La retromarcia di Donald Trump non è solo tattica

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. La brusca inversione di Donald Trump sul piano per riaprire lo Stretto di Hormuz non va letta come un semplice aggiustamento operativo.

Donald Trump

È qualcosa di più serio. È il segnale che gli Stati Uniti restano la maggiore potenza militare del Golfo, ma non dispongono più dell’automatismo politico che per decenni aveva trasformato Arabia Saudita, Kuwait e monarchie regionali in retrovie quasi naturali delle operazioni americane.

Secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime ore, il piano denominato “Project Freedom”, pensato per scortare il traffico commerciale attraverso Hormuz, sarebbe stato sospeso dopo la reazione negativa saudita. NBC News, ripresa da più media internazionali, ha riferito che Riad avrebbe negato agli Stati Uniti l’uso della base aerea Prince Sultan e dello spazio aereo saudita per l’operazione.

Immagine satellitare dello Stretto di Hormuz

Altre fonti, tra cui Drop Site News, hanno indicato anche una sospensione kuwaitiana dell’accesso a basi, transito e sorvolo. Su quest’ultimo punto la conferma appare meno ampia rispetto al caso saudita, ma il quadro politico è già abbastanza chiaro: nel Golfo la disponibilità ad appoggiare automaticamente una nuova escalation americana contro l’Iran si è ridotta.

La Casa Bianca può presentare la sospensione come prudenza, come spazio dato alla diplomazia o come conseguenza dei negoziati in corso con Teheran.

La Reuters riferisce infatti che Stati Uniti e Iran stanno discutendo una possibile intesa temporanea per fermare il conflitto, con una sequenza che includerebbe anche la soluzione della crisi nello Stretto di Hormuz.

Ma il dato politico resta: un’operazione navale americana annunciata con enfasi si è scontrata con il limite più concreto di tutti, cioè il consenso degli alleati regionali.

L’Arabia Saudita sceglie se stessa

Il punto non è che Riad abbia scelto l’Iran contro gli Stati Uniti. Sarebbe una lettura grossolana. L’Arabia Saudita sta scegliendo la propria stabilità, la propria economia, la propria proiezione internazionale.

Per il Regno, una guerra aperta nello Stretto di Hormuz sarebbe un disastro potenziale. Significherebbe aumento dei rischi sulle esportazioni energetiche, premi assicurativi più alti, minaccia diretta contro infrastrutture petrolifere, porti, impianti di desalinizzazione, aeroporti, reti elettriche e città strategiche.

L’Iran non ha bisogno di vincere militarmente contro gli Stati Uniti per colpire il Golfo. Gli basta rendere il Golfo economicamente instabile, insicuro, troppo costoso per investitori, armatori e compagnie energetiche.

La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei – Credit – Iran Military Monitor (from X) 

 

Questa è la ragione profonda del no saudita.

Dopo anni di guerra nello Yemen, dopo gli attacchi contro infrastrutture energetiche, dopo la faticosa normalizzazione diplomatica con Teheran, Riad non vuole farsi trasformare nella piattaforma logistica di una guerra decisa a Washington.

Il vecchio patto petrolio-sicurezza non è finito. Ma è cambiato.

Gli Stati Uniti garantiscono ancora una parte decisiva della sicurezza regionale.

L’Arabia Saudita compra ancora armi americane, mantiene rapporti militari profondi con Washington e sa che nessun altro attore può sostituire interamente la protezione americana. Però non accetta più che questa protezione si traduca in obbedienza automatica.

Il Kuwait e la prudenza delle monarchie del Golfo

Se anche il Kuwait ha davvero limitato accessi, basi e sorvoli, il segnale diventa ancora più importante. Non saremmo più davanti a una cautela saudita isolata, ma a una prudenza regionale.

Le monarchie del Golfo temono l’Iran. Ma temono anche l’imprevedibilità americana.

Hanno visto guerre iniziate con obiettivi solenni e finite nel caos.

Hanno visto l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria, lo Yemen. Hanno capito che la superiorità militare americana non garantisce sempre un ordine politico stabile. Anzi, a volte produce il contrario: frammentazione, milizie, attacchi indiretti, mercati energetici sotto pressione e instabilità permanente.

Per questo oggi il Golfo ragiona in modo diverso. Vuole sicurezza americana, investimenti cinesi, coordinamento energetico con la Russia, canali diplomatici con l’Iran, tecnologia occidentale e autonomia politica.

È una strategia di equilibrio. Non elegante, non sempre coerente, ma molto realistica.

Valutazione strategica militare

Dal punto di vista militare, riaprire Hormuz non è un’operazione da conferenza stampa. Non basta mandare navi da guerra a scortare petroliere e portacontainer. Servono basi vicine, copertura aerea, rifornimento, intelligence, difesa antimissile, guerra elettronica, comunicazioni sicure, corridoi di sorvolo, protezione delle installazioni terrestri e una catena logistica continua.

Se Arabia Saudita e Kuwait limitano l’accesso, l’operazione americana diventa più difficile, più costosa e più rischiosa.

Gli Stati Uniti dispongono ancora di basi, flotte, portaerei, bombardieri, droni, satelliti e capacità di proiezione globale.

Una portaerei Usa in navigazione

Ma la geografia non si abolisce con la retorica. Nel Golfo, chi controlla basi, cieli e infrastrutture regionali condiziona concretamente l’azione militare.

Il paradosso è evidente. Washington voleva dimostrare di poter proteggere la libertà di navigazione.

Ma per farlo aveva bisogno del consenso dei Paesi che più dipendono dalla stabilità dello Stretto. Se quei Paesi frenano, vuol dire che giudicano il rischio dell’operazione superiore al beneficio immediato.

In termini militari, è una lezione semplice: la potenza non consiste solo nell’avere navi e missili. Consiste nell’avere un sistema politico che renda utilizzabili quelle navi e quei missili.

Lo Stretto come arma economica

Hormuz è una delle strozzature decisive dell’economia mondiale. Ogni tensione nello Stretto diventa subito prezzo del petrolio, assicurazione marittima, costo del trasporto, inflazione importata, rischio sulle forniture e pressione sulle borse.

Per questo Teheran usa Hormuz come leva strategica. Non necessariamente per chiuderlo in modo totale e permanente, ipotesi difficilissima e pericolosa anche per l’Iran. Ma per ricordare a tutti che il costo della pressione sull’Iran può essere trasferito all’economia globale.

Qui sta la forza della guerra economica iraniana. Teheran non deve competere con la Marina americana nave contro nave. Deve aumentare il rischio. Deve rendere incerto il passaggio. Deve spingere armatori, compagnie assicurative, governi e mercati a domandarsi quanto costerebbe una guerra lunga.

La reazione dei mercati alla possibilità di un accordo temporaneo tra Stati Uniti e Iran conferma questa centralità: quando si intravede una de-escalation, il petrolio scende e le borse respirano. Non perché il problema sia risolto, ma perché il rischio sistemico sembra ridursi.

La sconfitta politica della proclamazione

La vera debolezza americana non è militare. È politica.

Trump ha annunciato una linea di forza. Poi ha dovuto sospenderla.

Questo crea un problema di credibilità, perché mostra una distanza tra dichiarazione e architettura reale dell’operazione. Prima si proclama la capacità di riaprire lo Stretto. Poi si scopre che gli alleati indispensabili non vogliono essere coinvolti fino in fondo.

È un errore non nuovo nella politica estera americana: confondere la superiorità militare con la disponibilità politica degli altri. Ma gli alleati non sono più comparse.

L’Arabia Saudita di oggi non è quella della Guerra fredda, né quella del 1991.

Il Kuwait non vuole diventare il corridoio automatico di ogni crisi.

Gli Emirati, il Qatar, l’Oman e gli altri attori regionali ragionano con la stessa logica: massima protezione, minimo coinvolgimento diretto, nessuna guerra totale sul proprio territorio economico.

Geopolitica del nuovo Medio Oriente

Il significato più profondo è che il Golfo non è più uno spazio a sovranità strategica americana.

Gli Stati Uniti restano indispensabili, ma non onnipotenti. L’Iran resta sotto pressione, ma non è isolato al punto da non poter condizionare l’intera regione.

L’Arabia Saudita resta alleata di Washington, ma non vuole più essere trattata come una base avanzata.

Questo è il nuovo Medio Oriente: alleanze mobili, calcolo dei costi, diplomazie parallele, potenze regionali più autonome, minore disciplina di blocco. Non è pace. Non è stabilità. È multipolarismo pratico.

Riad parla con Washington, ma anche con Pechino. Coordina energia con Mosca.

Tiene aperti canali con Teheran. Vuole restare centrale nel mercato petrolifero, ma anche diventare polo finanziario, industriale, tecnologico e logistico. Una guerra nello Stretto di Hormuz danneggerebbe questa trasformazione.

Per questo il Regno non vuole essere ostaggio della strategia americana né del ricatto iraniano.

Scenari possibili

Il primo scenario è diplomatico: Stati Uniti e Iran raggiungono un’intesa temporanea, non risolvono i nodi nucleari e missilistici, ma congelano la crisi di Hormuz. Sarebbe una tregua, non una pace.

Il secondo scenario è militare controllato: Washington mantiene pressione navale e aerea, ma senza trasformare i Paesi del Golfo in basi operative esplicite per una guerra più ampia. È lo scenario più probabile se le monarchie continueranno a frenare.

Il terzo scenario è di nuova escalation: un incidente, un attacco a una nave, un errore di calcolo o una risposta israeliana possono riaprire la spirale. In quel caso, il no saudita e kuwaitiano diventerebbe ancora più importante, perché limiterebbe la libertà d’azione americana proprio nel momento più delicato.

Il quarto scenario è geoeconomico: il Golfo userà questa crisi per chiedere più garanzie agli Stati Uniti, più autonomia nelle relazioni con Cina e Russia, più margine diplomatico con l’Iran e più controllo sulle condizioni di uso delle basi occidentali.

Il limite dell’impero

La vicenda di Hormuz racconta una verità scomoda: l’America è ancora una potenza imperiale, ma il suo impero funziona meno per comando e più per negoziazione. Deve convincere, compensare, rassicurare, trattare. Non può più dare per scontato che una base concessa ieri sia utilizzabile domani per qualunque operazione.

Il rifiuto saudita non distrugge la potenza americana. La ridimensiona. Le ricorda che la geografia appartiene agli Stati della regione. Che le basi sono strumenti politici, non proprietà permanenti. Che gli alleati hanno interessi propri. Che il Golfo non vuole morire per una guerra americana contro l’Iran.

Hormuz diventa così il simbolo di un ordine che cambia. Non perché Washington sia uscita di scena. Ma perché gli altri hanno imparato a dire no.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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