Di Giulia Botta
PRISTINA. La recente sentenza del Tribunale de L’Aia contro gli ex leaders kosovari, per una parte significativa della società kosovara, è percepita come un giudizio sulla lotta di liberazione e, indirettamente, sulla legittimità storica dello Stato nato da quella lotta.
La mobilitazione promossa attraverso la piattaforma Freedom Has a Name mostra che il procedimento de L’Aia non viene interpretato soltanto come un processo a singoli ex comandanti, ma tocca il racconto fondativo del Kosovo: la lotta di liberazione, il sacrificio collettivo, la conquista della libertà e il diritto a costituirsi come Stato.

La piattaforma si chiama in albanese Liria ka Emër, letteralmente La libertà ha un nome.
È una piattaforma civica nata in Kosovo nel novembre 2020, nel contesto della conferma delle accuse e del trasferimento a L’Aia di Hashim Thaçi, Kadri Veseli e degli altri ex dirigenti dell’UÇK.

Non nasce quindi formalmente come organizzazione dei veterani o come struttura di un singolo partito, ma come iniziativa civica promossa da personalità della cultura, delle arti, dell’informazione e del dibattito pubblico.
Ciò le ha consentito di presentarsi come espressione della società kosovara, anche se la sua causa ha successivamente ricevuto un sostegno politico molto ampio
L’idea centrale era che le eventuali responsabilità individuali non dovessero trasformarsi in una condanna generalizzata dell’UÇK o in una riscrittura della guerra del 1998-1999.
Una delle prime campagne fu l’installazione di grandi manifesti con l’emblema dell’UÇK e la scritta Liria ka Emër in diverse località del Kosovo.
Nel novembre 2020 un manifesto collocato a Gračanica, area a maggioranza serba, venne incendiato.
L’episodio mostrò immediatamente la natura controversa del messaggio: simbolo di liberazione per molti kosovaro-albanesi, simbolo di minaccia e sofferenza per la comunità serba. La piattaforma è stata tra gli organizzatori delle più recenti manifestazioni a Pristina, all’indomani della sentenza, comprese quelle collegate alla campagna Kosova Po Pret – Kosovo Is Waiting e alla March for Freedom.
Gli ex leader dell’UÇK non sono considerati soltanto protagonisti militari o politici.
Nell’immaginario nazionale kosovaro rappresentano una generazione fondatrice: gli uomini che avrebbero trasformato una comunità sottoposta alla repressione in un soggetto politico capace di rivendicare libertà, territorio e indipendenza.
Per i loro sostenitori, condannarli non significa, quindi, esclusivamente attribuire responsabilità per specifici crimini.
Significa intervenire sul confine tra eroi e colpevoli, tra il racconto che una nazione fa di se stessa, e quello formulato da un’istituzione giudiziaria esterna.
Da qui emerge l’aspetto dominante della mobilitazione: la giustizia deve accertare le responsabilità senza riscrivere la storia della liberazione, in virtù del fatto che la statualità è vista come una conquista ancora da difendere.
Dopo circa trent’anni di mobilitazione politica, conflitto, amministrazione internazionale e costruzione istituzionale, il Kosovo continua a vivere una condizione particolare: possiede istituzioni statali, ma il riconoscimento della sua sovranità non è universale.
Questa incompletezza amplifica il valore simbolico della sentenza.
Nei Paesi la cui statualità è consolidata, il processo a un ex leader può essere assorbito nella normale distinzione tra Stato e individuo.
In Kosovo, invece, i protagonisti della guerra sono ancora strettamente connessi alla nascita delle istituzioni. Il giudizio nei loro confronti può quindi essere interpretato come un giudizio sulle fondamenta stesse dello Stato.
Nei Balcani l’identità nazionale è profondamente legata al territorio, che non costituisce soltanto uno spazio amministrativo: è memoria, sacrificio, appartenenza, continuità storica e prova materiale dell’esistenza di una comunità politica.
Nel caso del Kosovo, questa relazione è ancora più sensibile perché la statualità rimane contestata sul piano internazionale e continua a confrontarsi con la narrazione serba della sovranità storica e giuridica.
La difesa dell’UÇK assume pertanto una funzione territoriale: riaffermare la legittimità della lotta significa ribadire il diritto del Kosovo a esistere entro uno spazio riconosciuto come proprio.
In questa prospettiva, la battaglia sulla memoria non riguarda solo il passato, contribuisce a definire chi abbia titolo per governare il territorio nel presente.
La piazza diventa così una rappresentazione simbolica dello Stato: un popolo che difende collettivamente il racconto della propria origine.
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