ROMA. Il Parlamento egiziano dovrebbe pronunciarsi il 26 ottobre sulla possibilità di autorizzare un sostegno militare all’Arabia Saudita, qualora Riad lo richiedesse. Al-Sisi ha promesso assistenza, ma natura, dimensioni e durata dell’eventuale intervento restano da definire.

È in questo spazio fra solidarietà dichiarata e obblighi concreti che si misura il rischio assunto da Il Cairo.
L’Egitto ha ragioni proprie per preoccuparsi degli attacchi degli Houthi. La sicurezza saudita incrocia quella delle rotte commerciali, dei lavoratori egiziani nel Golfo e dei capitali che sostengono l’economia nazionale.
Questa convergenza, tuttavia, lascia aperta una domanda: quali operazioni proteggerebbero davvero gli interessi egiziani e quali finirebbero per moltiplicarne la vulnerabilità?
Suez dipende anche da ciò che accade nello Yemen
Il centro economico della questione è il Canale di Suez.

L’Egitto controlla il passaggio fra Mediterraneo e Mar Rosso, ma il suo valore commerciale dipende anche dalla sicurezza dell’accesso meridionale, attraverso Bab el-Mandeb.
Una nave che evita quello stretto può rinunciare anche al transito nel canale, sottraendo al Cairo entrate in valuta pregiata.
La dimensione del problema è già documentata. Secondo l’Autorità del Canale, gli introiti passarono da 10,25 miliardi di dollari nel 2023 a circa 3,99 miliardi nel 2024, con una contrazione del 61% durante la crisi del Mar Rosso.

Sono dati precedenti all’attuale aggravamento del conflitto, ma mostrano quanto una minaccia lontana dal territorio egiziano possa incidere sui conti nazionali.
Per Il Cairo, quindi, contribuire alla sicurezza marittima può essere una forma di protezione economica.
Il risultato va però misurato sul ritorno delle navi e sulla fiducia degli operatori. Difendere un aeroporto saudita e rendere nuovamente affidabile una rotta commerciale sono obiettivi collegati, ma richiedono strumenti e condizioni differenti.
Gli armatori valutano la continuità dei transiti, le assicurazioni e la sicurezza degli equipaggi.
Una maggiore presenza militare potrebbe rassicurarli; un allargamento della guerra potrebbe invece indurli a mantenere le rotte alternative. Il beneficio economico dell’intervento dipenderebbe dalla sua capacità di ridurre stabilmente il rischio.
Il peso dei finanziamenti sauditi
Il rapporto con Riad comprende investimenti, depositi, lavoro e rimesse. Per un’economia che deve procurarsi valuta estera per acquistare beni essenziali e onorare obblighi finanziari, questi legami restringono lo spazio delle scelte.
Secondo le informazioni riportate dalla stampa internazionale, Il Cairo sta negoziando il rinnovo di depositi sauditi per 5,3 miliardi di dollari, in scadenza questo mese.
La coincidenza con il dibattito militare non dimostra uno scambio fra finanziamenti e soldati. Mostra però il contesto di ho dipendenza finanziaria nel quale viene presa la decisione.
Al-Sisi può cercare di trasformare il contributo militare in maggiore peso negoziale. Assumersi una parte della difesa saudita rafforzerebbe l’argomento egiziano quando si discutono investimenti e sostegno economico.
Resta da capire se i benefici ottenuti compenserebbero le spese e i rischi.
Una missione circoscritta, finanziata in modo condiviso e accompagnata da progressi diplomatici potrebbe risultare sostenibile.
Un impegno prolungato assorbirebbe invece munizioni, manutenzione e risorse pubbliche, mentre eventuali ritorsioni potrebbero danneggiare turismo, porti e infrastrutture.
L’Egitto rischierebbe così di spendere per proteggere entrate che la stessa estensione del conflitto contribuirebbe a ridurre.
La forza disponibile e quella necessaria
Le dimensioni delle forze armate egiziane offrono diverse possibilità di intervento.
La loro utilità dipende però dalla missione assegnata.
Per contrastare attacchi con missili e droni, la difesa aerea, la sorveglianza e la protezione navale appaiono più pertinenti di una grande spedizione terrestre. Anche gli analisti citati nel resoconto considerano più plausibili contributi aerei e navali.
L’impiego di mezzi statunitensi, francesi e russi amplia le opzioni de Il Cairo, ma comporta esigenze differenti di manutenzione, addestramento e rifornimento.
In una missione comune diventerebbero decisivi il coordinamento dei comandi, la circolazione delle informazioni e la capacità di sostenere le operazioni nel tempo.
Gli Houthi possono esercitare pressione senza affrontare gli eserciti avversari in uno scontro convenzionale.
La dispersione delle forze e l’impiego di armi a distanza rendono difficile tradurre la superiorità numerica in un risultato politico definitivo.

Il contributo egiziano potrebbe migliorare la protezione di alcuni obiettivi e distribuire il carico della difesa fra più alleati. La riduzione degli attacchi andrebbe comunque accompagnata da una soluzione politica: ogni nuova operazione offensiva potrebbe generare ulteriori ritorsioni e nuove richieste di assistenza.
Il precedente yemenita e il limite dell’impegno
L’Egitto conosce il costo delle ambizioni militari nello Yemen. Dal 1962 al 1967 Nasser sostenne i repubblicani contro i monarchici appoggiati dall’Arabia Saudita, impegnandosi in una guerra lunga e onerosa.
Oggi il rapporto fra Cairo e Riad è cambiato profondamente, mentre resta attuale la difficoltà di governare dall’esterno gli equilibri yemeniti.
Per questo l’autorizzazione parlamentare dovrebbe precisare obiettivi, durata, finanziamento e condizioni di conclusione della missione.
Definirla difensiva esprime l’intenzione del governo; mantenerla entro quei limiti richiederà decisioni continue, soprattutto dopo eventuali perdite o attacchi contro le forze egiziane.
La scelta strategicamente più solida sarebbe collegare la protezione delle infrastrutture e della navigazione a un’iniziativa diplomatica capace di contenere il conflitto.
Il Cairo ha interesse a preservare contemporaneamente il rapporto con Riad e la propria libertà di decisione.
La misura del successo sarà la sicurezza recuperata per l’Egitto, insieme alla possibilità di concludere l’impegno senza lasciare una guerra più vasta.
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