Ucraina: Il dissenso di Slovacchia e Ungheria rivela la difficoltà europea di tenere insieme difesa del Paese, bilanci pubblici e interessi nazionali

Di Giuseppe Gagliano*

KIEV. Il problema europeo non è soltanto trovare altri soldi per l’Ucraina.

È decidere quale risultato politico debbano produrre. Il rifiuto di Bratislava e di Budapest di partecipare al nuovo finanziamento, senza impedire agli altri Governi di procedere, rende visibile questa difficoltà: sostenere Kiev resta un obiettivo condiviso da molti, ma distribuire il costo della guerra diventa una trattativa sempre più nazionale.

Il capo del Governo slovacco Robert Fico

Una richiesta non è ancora una decisione

Secondo quanto riferito da Robert Fico dopo il vertice del 16 ottobre, Volodymyr Zelensky ha chiesto altri 70 miliardi di euro per il 2027, prevalentemente destinati alle esigenze militari.

Il premier slovacco ha escluso la partecipazione del proprio Paese, attribuendo la stessa posizione al collega ungherese Péter Magyar.

Zelensky con Ursula von del Leyen e Mark Rutte

Occorre però distinguere questa richiesta dal prestito europeo da 90 miliardi per il 2026 e il 2027, già approvato attraverso una cooperazione rafforzata dalla quale si erano tenute fuori Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca.

Il nuovo strumento, le garanzie e la ripartizione degli oneri devono ancora essere negoziati.

Se si ricorrerà a nuovo debito, bisognerà trovare chi ne sostenga gli interessi e ne garantisca il rimborso. Se prevarranno contributi nazionali, ogni governo dovrà difenderli davanti al proprio elettorato. Se si sposteranno risorse da altri programmi, il conflitto riguarderà anche le priorità del bilancio europeo. Nessuna soluzione elimina il costo: ciascuna lo distribuisce diversamente.

Il denaro compra tempo, la strategia deve usarlo

Sul piano militare, finanziare l’Ucraina significa impedirne il logoramento materiale e istituzionale. Munizioni, difesa contraerea, manutenzione e protezione delle infrastrutture possono preservare capacità operative e continuità produttiva.

Ma un’autorizzazione di spesa non equivale a una consegna sul fronte. Contano capacità industriale, tempi di produzione, addestramento, disponibilità di personale e integrazione dei sistemi. Una somma elevata può sostenere la resistenza senza trasformare, da sola, gli equilibri della guerra.

La domanda europea dovrebbe quindi diventare più precisa: quali capacità finanziare, entro quando e per raggiungere quale situazione militare? Preservare la possibilità di difendersi, stabilizzare il fronte e migliorare la posizione negoziale sono obiettivi collegati, ma richiedono scelte verificabili. Il rischio è rinviare, a ogni stanziamento, la discussione sul risultato.

Esiste anche una differenza economica: ordinare a produttori europei può sostenere occupazione e capacità industriali interne; acquistare fuori dall’Unione trasferisce altrove una parte della domanda. La provenienza delle forniture determina quanta autonomia resterà all’Europa dopo aver sostenuto la spesa.

Budapest cambia interlocuzione, conserva gli interessi

Magyar, succeduto a Viktor Orbán, ha avviato un riavvicinamento con Kiev, espresso solidarietà all’Ucraina contro l’aggressione russa e mantenuto il rifiuto di inviare armi. La tutela della minoranza ungherese resta centrale nel rapporto bilaterale.

L’ex primo ministro ungherese Viktor Orban

La lettura più plausibile è che Budapest cerchi di ridurre lo scontro diplomatico conservando margini di contrattazione. Cambiare governo può modificare il linguaggio e i metodi senza cancellare interessi territoriali, agricoli e finanziari.

Anche l’annuncio slovacco di voler proseguire la cooperazione civile suggerisce una partecipazione selettiva. Scuole, strade e collegamenti energetici possono sostenere la tenuta dell’Ucraina e produrre benefici transfrontalieri.

È una scelta che distingue il dissenso militare dalla cooperazione economica.

Il grano misura la solidarietà concreta

La disponibilità ungherese a consentire il passaggio dei cereali ucraini, purché diretti verso altre destinazioni, mostra il confine della cooperazione. Kiev cerca così di aggirare le difficoltà delle esportazioni attraverso il Mar Nero.

L’area del Mar Nero

Per l’Ucraina, poter vendere significa ottenere valuta, sostenere le aziende agricole e preservare entrate. Per i Paesi attraversati, il transito può generare attività nei trasporti e nei depositi; l’immissione dei cereali nei mercati locali può invece alimentare il timore di una maggiore concorrenza sui prezzi.

Se le rotte terrestri funzioneranno, attenueranno la vulnerabilità marittima di Kiev.

Se resteranno costose o insufficienti, una parte dei ricavi agricoli rischierà di essere assorbita dalla logistica. Ferrovie, magazzini e valichi acquistano così un valore strategico: la resistenza dipende anche dalla possibilità di commerciare.

La pace richiede condizioni, oltre alle dichiarazioni

Fico sostiene che al vertice non si sia parlato di pace. Le conclusioni ufficiali richiamano però esplicitamente gli sforzi diplomatici, il cessate il fuoco e una pace giusta e duratura. La sua affermazione va quindi letta come una contestazione dell’indirizzo politico europeo.

Resta legittimo chiedere come trasformare quelle formule in iniziative concrete.

Un negoziato senza garanzie può lasciare aperta la strada a una nuova aggressione; un sostegno militare senza prospettiva diplomatica può prolungare una guerra dagli esiti incerti.

La scelta slovacca e ungherese mette l’Unione davanti a questo nodo.

Consentire ai Governi disponibili di procedere evita la paralisi, ma non costruisce automaticamente una strategia comune.

L’Europa deve chiarire quale sicurezza vuole ottenere, quali risorse è disposta a impegnare e quali condizioni renderebbero sostenibile una tregua.

Altrimenti continuerà a negoziare il conto senza aver concordato lo scopo.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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